scartabellando tra vecchie carte – 25 Ottobre 1995

        Dopo aver passato una quindicina d’anni di incubazione, incontro Tsuda. Il semplice contatto con quest’uomo mi libera, mi dà la chiave d’accesso al sacro e all’intuizione, mi fornisce gli strumenti di orientamento per percorrerne gli infiniti sentieri senza perdersi.

         E’ stato tutto talmente semplice ed evidente che mi è sembrato naturale proporlo ai miei compagni di pratica, ma per una dozzina d’anni non ho fatto altro che collezionare un insuccesso dopo l’altro. Prima ho messo i piedi nel piatto degli altri, poi mi è stato restituto il favore. Allora ho preso una serie di iniziative personali che dopo qualche fuoco di paglia sono finite in niente.        

        Insomma, sembra proprio che tra il vivere una esperienza in proprio e il cercare di creare le condizioni per farla provare anche ad altri ci sia uno speciale quid che mi sfugge e mi deride. Questa constatazione ferisce il mio amor proprio e mi dà un senso di frustrazione.

        Dovrei piuttosto essere dispiaciuto per non aver potuto dare quanto volevo alle tante persone con cui ho fatto dei pezzetti di strada. Invece questo non mi turba.         Quando io sono andato a prendermi il mio panino, ho fatto un mucchio di strada e sono arrivato in un ambiente ostile. Ero il “vu cumpra’” della situazione, tanto per intenderci, ma questo non mi ha impedito di avvicinarmi comunque alla tavola imbandita e servirmi sotto lo sguardo altezzoso dei convitati. Quando si ha fame, veramente fame, non ha importanza se il panino è al prosciutto o alla mortadella, e se ci è offerto su un piatto d’argento o sbattuto davanti su un pezzo di carta. Per cui se i miei compagni hanno avuto motivo di lagnarsi del servizio sono affari loro.         A questa mia stizza si può facilmente rispondere che alla mia mensa il cibo è immangiabile, mentre a quella di Tsuda tutto era ottimo, con un pizzico di esotico, per di più. Sì, questo giudizio mette la parola fine ad ogni diatriba. Gli ingredienti possono essere buoni quanto si vuole, ma se il cuoco è un cane…         Credo che finalmente le mie ambizioni di chef si siano calmate. Ci sono voluti quindici anni, ma si sono calmate. Bene, si dirà, la questione è chiusa. Hehè, quando mai! Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Purtroppo in questi anni ho coltivato anche la pratica di far fluire la respirazione attraverso le mani, e in questo campo invece ho avuto un discreto successo.         Un effetto secondario di questo uso delle mani è quello di “guarire”, e di questo la gente ti è grata, bene o male, finché non se ne va. Questa riconoscenza fa sì che le persone siano meno prevenute nei confronti dell’operatore e così se quest’ultimo è abbastanza tempestivo riesce a comunicare per qualche istante a livello profondo.         La gente è abbastanza sconcertata di sentirsi meglio, o comunque diversa, dopo essere passata per le mie mani. Se non si spaventa e non si irrigidisce, io ne approfitto per fare annotazioni casuali che nel contesto sono talmente ovvie da risultare indiscutibili.          Nel tempo riscontro che in alcune persone si è verificato un processo spontaneo di concatenazioni mentali a partire da quelle banalità che non ricordano neanche più. Ne guadagna la fluidità della percezione e il corpo si ammorbidisce. Hanno fatto tutto loro, con i loro tempi e modalità, e i risultati sono i loro risultati. Quando questo succede, io sento dentro di me una specie di risatina contagiosa e mi sento in ottima compagnia.         Ma come vorrei che succedesse più spesso! Chi dice di star male, di solito o si consegna mani e piedi legati chiedendo che li si faccia smettere di soffrire, o si aggrappano con le unghie e con i denti alla loro situazione. Entrambi sono incapaci del semplice gesto di afferrare la mano che si tende loro. Vogliono essere aiutati, ma inconsciamente qualcosa di molto potente lavora contro. Che pasticcio.         La situazione, poi, ce la siamo complicata per benino proprio noi, con la nostra bravura a scoprire cure e farmaci. Essi ci procurano la falsa sicurezza che possano risolvere un po’ tutto, ma molto spesso non è così, anzi. Impedendoci di stare sufficientemente male, non arriviamo più a quello stadio in cui dobbiamo prendere delle vere decisioni per la nostra vita, e così continuiamo a tirare avanti con sempre minor slancio.          Intendiamoci: non è obbligatorio star male, ma se succede è insensato non approfittarne. Per me, per esempio, è importante star male psichicamente. Sento dentro di me un buco nero che si espande, risucchiandomi nel niente. E’ un dolore continuamente in crescendo che mi riduce ad uno straccio e mi fa pensare intensamente alla morte. Per mesi e mesi sprofondo in un paesaggio interiore desolato e un paio di volte sono andato abbastanza vicino al suicidio. Non è divertente, né per me né per chi mi sta intorno.          Eppure non ho altro mezzo per rimettere insieme i pezzi della mia personalità che tendono continuamente a scollarsi e ad andarsene per i fatti loro. Alla fine di questo dolore, i pezzi ritrovano la loro forza coesiva, si ricompattano e allora, coralmente, prendiamo una decisione. Non oso pensare a cosa mi succederebbe se questo processo mi venisse artificialmente interrotto.  

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