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messo alla prova, forse… – 1991

dicembre 19, 2007

ITINERARI CURATIVI

1/10/91

E’ stata un’annata di quelle toste. Il mio giro di boa, come lo chiamo io, ovvero la svolta dei quarant’anni, si fa in acque difficili. Il mio compianto Maestro sarebbe tutto contento: niente di meglio che sentirsi all’angolo per tirar fuori le proprie potenzialità.

Guardare se stessi e gli altri come ci traiamo d’impaccio di fronte alle difficoltà è un momento particolarmente favorevole per osservare il taiheki. Il taiheki è, in sintesi parziale, la polarizzazione dell’energia in un individuo in un dato momento, tenendo conto che l’individuo è un insieme perennemente dinamico in ininterrotta relazione col suo ambiente. Questa polarizzazione lo fa agire e reagire al di là delle sue intenzioni coscienti, determinandone il comportamento.

Qui riporto il mio comportamento e i miei pensieri di fronte ad un problema totalmente nuovo per me: una limitazione fisica alla mia autonomia. Il dato del mio taiheki che mi ha colpito di più è l’irragionevolezza del mio percorso attraverso molte possibilità di rimedi ragionevoli e sperimentati.

La riflessione più importante su tutta la vicenda , rivisitata con calma dopo i momenti cruciali, è sulla relatività dei rapporti di causa-effetto. Cronologicamente parlando, un incidente mi ha causato un danno alla colonna vertebrale che mi ha messo in una posizione di stallo. Ma a guardar bene, è lo stallo che è arrivato per prima, poi il danno, solo in extremis l’incidente. Il rapporto invertito tra tre questi tre eventi non è una nuova catena di cause-effetti, ma un unico momento che ha dovuto, a causa della mia confusione e apatia, assumere forme e linguaggi diversi per farsi capire, e indurmi ad agire.

C’è anche un elemento più misterioso, forse: persone e avvenimenti a me del tutto estranei hanno collaborato al buon andamento della mia storia, dovrei dire quasi mio malgrado. Un boccone duro da digerire per la mia povera testa.

Primo giorno 16/07/91

– Dottore, allora quando mi operate?

– Non si sa, caro Signore, non glielo posso proprio dire.

– Ma io avrei bisogno di sapere per regolarmi e fare dei programmi.

– Glielo ho già detto, non dipende da noi. Dipende dalle urgenze. oggi per esempio ne abbiamo due, e quindi oggi non possiamo operarla. Vedremo nel giro di qualche giorno che cosa succede.

E’ vero, me l’aveva detto: le urgenze passano avanti. Ma è anche vero che è stato lui ad insistere di farmi ricoverare ora. Comunque dopo 24 ore di noia mortale in corsia questo ragionevolissimo discorso comincia ad assumere un aspetto sinistro. Per quel che ne so io è facilmente ipotizzabile che per una popolazione di qualche cento mila abitanti ci possa essere ogni giorno qualche urgenza. E se ne bastano due per saturare per un giorno l’attività della sala operatoria di questo reparto…

Stamattina mi sono svegliato con le ossa rotte, il cervello impantanato. Non è frutto dei medicinali che mi hanno rifilato, quelli li ho buttati nel cestino.

– Ha preso la terapia?

– Che cosa ho preso ?!

– Sì, le sue pillole insomma.

– No. Che cosa sono?

– Una pillola di Cak e una di Piph.

– A che cosa servono?

– Il Cak è un disinfiammante (parola grossa, poi è risultato essere un qualunque antidolorofico), il Piph è un gastroprotettore.

– Ah, bene, bene.

Poso le pillole con cura sull’armadietto, e poi le butto via, senza farmi vedere. Speriamo di poterlo fare anche dopo l’operazione, o che non mi prescrivano punture. Cerco di mimetizzarmi come posso, anche se una infermiera, dopo mezz’ora che ero entrato, mi guarda e fa:

– E lei, si metta in pigiama.

– Si, ho risposto sbadatamente, mi trucco subito.

Forse il non essere entrato su un lettino a rotelle, o per lo meno sorretto da un infermiere non è stato visto di buon occhio.

Dimenticavo di dire: questo è un reparto di neurochirurgia. Un nome davvero impressionante, del tutto strabordante i miei miseri problemucci di sciatica. Dei quattro che siamo in stanza, io sono certo il messo meglio.

Di fronte a me c’è un capitano di lungo corso che ha avuto un versamento al cervello. Non sta in piedi, o meglio non osa mettersi in piedi per timore di cascare. Deve essersi preso una paura micidiale. E’ otto giorni che se ne sta lì, sgranocchiando grissini.

Al mio fianco un anziano. Ha un’ernia del disco come me, ma evidentemente tra vertebre diverse, perché è immobilizzato, molto di più quando c’è personale ospedaliero in giro, meno quando si distrae. Lo devono operare, ma credo che non capiscano bene dove. Stamattina gli hanno prescritto una ulteriore radiografia, questa volta alle anche, per essere sicuri.

Il quarto degente è un adolescente imbronciatissimo, specialmente quando ci sono i genitori, ovverosia quasi sempre. E’ rasato in capo, con una cicatrice che dalla tempia destra gli scende con un bell’arco fin dietro l’orecchio. Ha un televisorino con cuffia e le mani occupate, la destra dentro un sacchetto di biscotti, la sinistra saldamente stretta intorno a un bicchierone di frutta. Aspetta di fare una angiografia, prima di essere definitivamente rilasciato, perché nel pomeriggio il termometro registra una insidiosa alterazione di temperatura: 37 e 2, 37 e 4. A me, solita malalingua, sembra il minimo per poter consumare tutte le calorie  che ingerisce senza andare di corpo, senza muoversi mai. (La stitichezza qui è un problema generale, materia di ampie dissertazioni, dotti consigli infermieristici, argomento di attualità per chi ha voglia di scambiare quattro parole. Una vera pacchia, insomma, come le condizioni del tempo e il governo ladro.)

– Allora guardi, ben che vada potremo operarla Venerdì.

Il dottore, gentile, si è informato. Oggi siamo a Martedì.

– Allora posso uscire e tornare Venerdì?

– No, non può uscire.

Mi sento in trappola.

Secondo giorno 17/07/91

Mi sono svegliato di umor nero, rimuginando di andarmene di qui se non mi danno una data precisa per l’operazione. L’altra soluzione è che mi lascino uscire dalla mattina alla sera. Roba da pazzi, mi sembra di essere tornato in collegio. E il bello è che sarebbe un mio “diritto” stare qui. Ho sempre avuto dei sospetti su questi benedetti diritti di cui ci vantiamo tanto.

Il mio vero diritto, tutto sommato rimane quello di scelta, almeno in questo caso. Un diritto da strappare con le unghie e con i denti perché basato sul diritto all’informazione. E l’informazione in questo caso arriva all’utenza con difficoltà. I medici partono dall’idea che tanto tu non ci capisci niente e loro hanno ben altro da fare che perdere tempo per spiegarti su cosa si basano per dire quello che dicono e che ti prescrivono di fare. Al massimo parlano davanti a te fra di loro.

Comunque, a forza di fare domande e non avere risposte, mi sono trovato di fronte a tre strade: farmi toglier questa ernia chirurgicamente, farmi un periodo di immobilità assumendo cortisone a chili, tenermi l’ernia facendo finta di niente.

Ho scartato subito i chili di cortisone. Questo medicinale dovrebbe ridurre di volume l’ernia e il nervo sciatico, in modo che possano convivere senza che il nervo sciatico sia eternamente compresso dall’ernia. Ma c’è qualcosa che non mi torna. Cosa se ne fa tutto il resto dell’organismo di questa micidiale sostanza capace di ridurre i tessuti umani?

La situazione è chiara: c’è un buco nella prima vertebra sacrale in cui alloggia la radice del nervo sciatico. Questo buco ora è invaso dal disco inter vertebrale, che si è schiacciato e si è riversato dove ha trovato spazio. C’è una tecnica di microchirurgia (una operazione al microscopio) per asportarlo, in modo da svuotale il buco. Nel mio caso è una operazione semplice, perché questo buco si raggiunge facilmente.

Ma che calvario arrivare in sala operatoria! Comunque la mia scelta è stata questa: un aiuto tecnico e poi lasciare che l’organismo faccia il resto.

La terza possibilità era decisamente più interessante: vedere se l’organismo ce la faceva da solo a sputare l’ernia, o a riassorbirla, o a disgregarla, o chi lo sa. La medicina mi ha escluso che questo possa succedere, le persone che hanno il mio problema da venti, trent’anni, anche. Ma “per me che faccio il Movimento Rigeneratore” potrebbe essere un’altra cosa, chi lo sa, è una bella occasione per andare ai limiti del “possibile” e magari oltre.

Non mi sono avventurato su questa strada, anche se da qualche mese la percorro volente o nolente, per impazienza e praticità: una scelta “intelligente”. Da una parte ho oggettivamente bisogno della mia schiena per lavorare, fare le mie cose. Dall’altra essere costretto continuamente dal dolore mi deprime. E avere l’impressione di non poter più lavorare getta un’ombra minacciosa sul futuro.

Mi sento assediato dalle tasse e dalle spese. Da quando ho ereditato ho problemi di denaro, ovvero il denaro è diventato un problema. Le uscite sono sicure, implacabili, le entrate calano con l’aumentare del dolore. E sono in rosso. Non faccio in tempo a guadagnare due lire che sono già all’ufficio postale o in banca a pagare, pagare, pagare…

Non ho più quella bella indifferenza che avevo nei confronti del denaro quando mi sentivo nel pieno delle mie facoltà. L’importante era avere un lavoro che mi piacesse, il lato economico si risolveva da sé. Ma ora che non posso spostare neanche un tatami che sento il mio corpo protestare violentemente, che durante gli stages devo prendermi un riposo tra una seduta e l’altra, mi sento un po’ spaventato, una sorta di oppressione che mi fa vedere le cose in nero, mi toglie il gusto di quello che sto facendo, e lo slancio che dà l’entusiasmo e la salute.

Pomeriggio

Seduto a un bar, in centro. Ho chiesto al dottore di poter uscire, lui ha detto di sì. Mi ha anche detto che per questa settimana niente da fare per l’operazione. Mi ha fatto firmare un permesso dalla capo infermiera, una donna stizzita che mi ha detto di tornare stasera il prima possibile. Le ho chiesto di dirmi lei l’ora prevista per il rientro. Non me lo voleva dire! Ho insistito e lei è sbottata: – torni verso le 7, 7 e 30! non vorrà mica tornare alle 9, non è mica un albergo questo!

Quante occhiatacce mi sono preso! Anche i miei compagni di camera mi guardano storto. Il capitano di lungo corso è da tre giorni completamente fuori pericolo ma si impunta ad avere una infermiera che lo sostenga per andare in bagno e che lo aspetti fuori dalla porta. Oggi gliel’hanno sbattuta in faccia l’orribile verità: – Lei ha finito qui!

– Beh, beh, vedremo, ha risposto lui con quel particolare sospiro fatalistico di chi sa quanto siano precipitosi i giovani.

L’anziano immobilizzato l’ho interrogato:

– Che cos’ha lei?

– Un’ernia del disco.

– Quale disco?

– Non so.

– Non sa quale disco? ho insistito io incredulo (noi esperti in dischi siamo molto esigenti nelle risposte)

– No, il professore non me l’ha detto; è un disco. Così ho la sciatica alla gamba sinistra.

– Solo la sinistra? (noi esperti in dischi non demordiamo mai)

– Si, e lei che cos’ha? mi ha rintuzzato.

– Sciatica alla destra.

– E riesce a camminare così… così… E’ sbottato incredulo e seccato.

– Certo, ho fatto io spietatamente.

Allora è intervenuto il comandante, con il suo viso lungo e dolce di chi ha girato gli oceani del mondo:

– Eh, dipende da come è infiammato il nervo, sempre con il suo sospiro fatale.

Li ho lasciati che si scambiavano il loro sdegno per il modo disgustoso in cui lavoravano le infermiere, queste prezzolate che se ne fregano, e perché non si riesce ad avere le mele cotte e i grissini pur avendo il diabete, e perché non sterilizzano i pappagalli e lasciano la porta del bagno aperta.

Questi due vanno molto d’accordo, sembra che fra i loro letti ci sia un filo di comunicazione permanente, come tra buongustai che assaporano gli errori del cuoco.

Sera

Eccomi dentro, accanto al grande portacenere sotto il cartello “vietato fumare”. Dovrei essere a letto, ma la luce da notte non funziona e così sono venuto a farmi una fumatina, dopo avere assistito al tramestio per coprire una luce da notte con un giornale tenuto in piedi da una bottiglia d’acqua minerale che però era troppo leggera essendo vuota e quindi è stata riempita. E’ stato un simpatico thrilling scatenato dal comandante (i cui occhi erano offesi dalla luce da notte), dall’anziano immobilizzato (sotto il cui letto è posta la luce da notte che colpiva gli occhi del comandante) e due infermiere anziane, chiamate appositamente dalla infermiera di turno, cui era stato denunciato il fattaccio, ma giovane e che non si sentiva all’altezza della situazione.

Il delicato problema amministrativo era: dato che nella stanza c’erano due lucine notturne per eventuali interventi di urgenza e che però una di esse pregiudicava il sonno di un degente, si poteva schermare una lucina con giornale e bottiglia, e se sì, di quanto, senza pregiudicare le operazioni di un intervento notturno d’urgenza? Un bel tramestio, con le infermiere carponi sotto il letto, guidate dai preziosi consigli (sopratono) dei due malati.

Io domani mattina me ne andrò di qui.

Il medico che mi aveva fatto fare l’elettromiografia, le radiografie del rachide, la TAC, e poi aveva mostrato il tutto ai suoi due colleghi di neurochirurgia (quelli che mi hanno fatto ricoverare per operarmi subito) se ne è andato in vacanza, dopo avermi affidato loro.

Questo pomeriggio ho scoperto che i due neurochirurghi sabato se ne andranno in vacanza anche loro, e chi li sostituirà sono dei giovani senza esperienza di sala operatoria. Si sono guardati bene dal dirmelo, l’ho saputo per puro caso dall’ortopedico sportivo sostenitore del cortisone a chili. e mi ha consigliato di alzare i tacchi. E’ pur sempre una operazione delicata, che va fatta da un esperto.

Mi chiedo come si diventa esperti. Forse d’estate quando gli esperti vanno in vacanza. Sarebbe carino da parte mia dare un’occasione a un giovane chirurgo di farsi la mano, ma il mio egoismo prevale. preferisco tenermi l’ernia. Lo spettacolo degli sfaceli fatti dal cortisone, l’approssimarsi dell’estate, tutto mi spinge verso la terza possibilità: cavarmela da solo.

Non riesco neanche a sapere se si può fare qualcosa a livello di Seitai. Ho telefonato alla vedova Tsuda per farmi dire qualcosa, ma lei ha detto che non si prendeva la responsabilità, così per telefono. Ho insistito:

– Non le chiedo di assumervi responsabilità, desidero solo sapere se la tecnica Seitai ha al suo arco qualche freccia per le ernie del disco.

La mia forse era una domanda mal posta, visto che il Seitai non si occupa di malattie, ma, eventualmente, solo di malati. Ma neanche del tutto stupida, visto che il Seitai conosce come nessun altro la colonna vertebrale.

Niente da fare. La Signora Tsuda mi ha detto di telefonare a Didier (il presidente del Dojo di Parigi). Ma Didier non è un tecnico Seitai, ho protestato intuendo lo scarica barile. Allora lei mi ha fatto una lunga disquisizione sul fatto che non conosceva abbastanza la mia schiena e ha concluso dicendomi di andare in ospedale, dove ci sono ottimi medici.

Rimane ancora il campo delle terapie alternative. Ma dato che a questo livello posso fare tranquillamente il terapeuta di me stesso, credo che non li interpellerò (ma no, non è vero, sono curioso come una scimmia).

Io sono un pigro. Non avevo propria voglia di dire come Noguchi: o ce la faccio, o lascio tutto. Ma adesso tanto vale che lo dica, così almeno ci faccio bella figura.

Terzo giorno 18/07/91

Questa mattina all 7 mi sono dimesso. Non ho neanche aspettato che arrivassero i medici. Mi sono complimentato con lo staff degli infermieri, in lotta non so bene per cosa. Erano tutti riuniti a grappolo nella stanzetta degli schedari a bersi un caffè, e mi sono sentito guardato come un marziano.

Erano anche un po’ piccati nei miei confronti.

– Eh, lo vedo che complimenti, ha detto un’infermiera, da come se la dà a gambe!

– Ma ci sono anche altre vicende in un ospedale. Voi siete bravi.

Dicendo così avevo in mente la diatriba che mi era stata riferita: il primario, che non opera più, non vuole che neanche i suoi chirurghi operino, se non lo stretto indispensabile. In caso di urgenza e necessità assoluta, appunto. Quindi in situazioni come la mia si procrastina fin che è possibile. Paura di perdere potere? Vien da pensarle proprio tutte. Ma quello staff di infermieri mi ha proprio colpito: brava gente, tra l’incudine e il martello.

Poi sono riuscito ad avere un appuntamento con il chiropratico che mi ha visto per primo. In dieci minuti, sfiorandomi la schiena con dita sensibili, mi aveva fatto una diagnosi esatta che l’apparato medico ha poi confermato, con le sue enormi e costosissime apparecchiature a raggi X, assistite da computer per l’elaborazione dei dati. Così ho chiuso il cerchio, in cui ho girato come l’asino di Buridano.

Sesto Giorno  21/07/1991

La mia vicenda ospedaliera ha avuto degli strascichi, difficilmente calcolabili. Mentre ero via sono stato attaccato perché ho deciso di operarmi. Pare che questo ingeneri confusione nelle persone a cui ho presentato il Movimento Rigeneratore. La lettera che segue, che mi aspettava al mio ritorno, rende bene il clima che si era creato. Non mi è nuovo, in altri dojo è già successo e non ha mai portato niente di buono. Un dojo è tale finché Ten Shin, il Cuore di Cielo Puro, non viene turbato intenzionalmente. Altrimenti diventa un salotto o una tribuna. E’ una questione di Ki. Poiché un dojo esiste solo grazie alla fusione del Ki dei praticanti, ma non ci sarebbero praticanti se in noi l’attitudine alla fusione fosse già normalmente presente, ecco che senza Ten Shin non varrebbe nemmeno la pena tentare di dedicare un luogo esclusivamente alla pratica. Ten Shin è probabilmente privilegio naturale dei semplici. Ma anche noi complicati non ne siamo esclusi, se impariamo a fare un po’ di silenzio interiore. Almeno nel dojo, tanto per cominciare…

Lettera del 17/07/91

“…stasera al Movimento eravamo solo tre, Ics, Ipsilon ed io. Aspettando abbiamo iniziato a parlare indovina un po’: di te, e poi degli ospedali. Ipsilon ci ha raccontato di come le abbiano tolto due ghiandole linfatiche per un presunto tumore rivelatosi poi un semplice graffio del gatto.

“Ics insisteva sulla responsabilità di ciascuno. Si sa che è così e allora bisogna premunirsi… mi innervosivo sempre più perché, perché almeno in apparenza non volevo che si parlasse prima di fare il Movimento, e poi che si parlasse di malattie e di responsabilità nel prendere decisioni relative alla propria integrità fisica…

“…Avevo già parlato con Zeta la quale mi aveva anticipato che c’era “aria di guerra” al dojo, nel senso che Ics aveva alcune considerazioni rispetto alla tua posizione e alla tua decisione di farti operare. Zeta non me ne aveva parlato specificatamente, si era limitata a parlarmi delle sue cose, sai che come te si era trovata direttamente coinvolta. Ed era clemente e considerava come priorità l’AUTONOMIA delle proprie decisioni. Diceva che aveva sentito delle durezze nei suoi confronti da parte tua allora quando tu la curavi -pardon- la aiutavi a normalizzarsi. E aggiungeva che era contenta che tu ti trovassi in questa condizione, non per spirito sadico, ma per provare l’essere direttamente coinvolti.

“Una cosa che mi ha molto colpito nel suo discorso, è che molto spesso, troppo, siamo vittima delle cose che facciamo, alludeva al movimento, e l’atteggiamento supera la sostanza, per cui si pensa di fare delle cose che… ed ecco partire in azione un filtro che non ti fa più sentire di essere un normale Tizio Caio o Sempronio e per giunta mortale!

“…Mentre  parlavo con Ics mi sono resa conto che ero molto delusa perché avevi deciso di operarti proprio tu baluardo del Movimento qui a Milano, paladino dei riaggiustamenti e accanito sostenitore delle non operazioni.

“Diceva Ics: – E’ qua che non va. Perché questa decisione? non è stata improvvisa. Ma perché ha voluto sapere, mettere il dito nella piaga? anche a farsi le radiografie e la TAC. Io, quando mi è successo, non ho voluto sapere niente. quando vuoi sapere – lo vuoi per qualcosa – per interpretare – per usarlo per un tuo alibi. Io dicevo:

– E’ sei mesi che non lavora. Ha perso ogni stimolo. E lui:

– Ma non credi che avrebbe speso comunque dei soldi per fare qualsiasi cosa. In casi come questo la difficoltà è oggettiva, quello che cambia è la strada che si sceglie! E poi lui ha delle responsabilità nei confronti della gente che fa il Movimento. Non si può predicare bene e razzolare male!…

“E mentre diceva queste cose l’agitazione si scatenava sempre più. Ho visto molto orgoglio nelle tue posizioni. Questa tua durezza che non è fermezza ma fissità. Potenza senza tatto e intempestività fuori portata e fuori tempo. Perché tagli quando c’è da usare il cucchiaio? Perché non chiedi quando hai bisogno? Perché non accetti quando sei in un momento di debolezza?

“- Se Giuseppe si fa operare alcune cose cambieranno, proseguiva Ics. …Deve essere rispettoso del suo lavoro e verso quelle persone che lo hanno seguito fino adesso.

“…Mentre parlavamo ci sono state come al solito in questi giorni  una raffica di telefonate… Tutti hanno partecipato a questa vicenda, ti prego di tenerne conto.”

Insomma, ecco la nuova dottrina: chi pratica da tanti anni non si rivolge alla medicina per risolvere i suoi problemi, deve sbrigarsela da solo, se no che senso ha praticare il Movimento Rigeneratore? Secondo loro questa pratica e la medicina sono in contrasto, bisogna scegliere, ed essere coerenti fino in fondo, specialmente chi presenta la pratica, altrimenti con i fatti si contraddicono le parole?

Può darsi che ci sia bisogno di punti di riferimento intellettuali netti per affidarsi a qualcosa di sconosciuto come una pratica, anche ad una pratica che si occupa di qualcosa di talmente elementare come l’approfondimento della respirazione. Non sono in grdo di giudicare. di quando io ho cominciato ricordo solo una sensazione di urgenza, di necessità, di sollievo. Oggi pratico senza neanche sapere bene cosa, né chiedermi il perché. quando me lo chiedono sono perso.

Vorrei comunque approfittare di quanto è successo per tentare di buttare giù qualche riga su quello che penso adesso che mi sono fatto un bel giro di ricognizione della salute e della medicina.

Prima però vorrei puntualizzare un paio di cose rispetto alla mia posizione di presentatore della pratica. Non faccio programmi né tengo relazioni da poter esibire come prova, ma comunque non ricordo davvero di aver mai parlato del Movimento Rigeneratore in termini di panacea universale, di polizza assicurativa, di tocca sana per il fisico e lo spirito, ma solo come allenamento del sistema involontario. Dopo alcuni anni di pratica posso solo testimoniare di averne tratto benefici straordinari in tutti i sensi, pensando allo squallore dei miei trent’anni. In base a questa esperienza so che è una pratica valida e mi fa piacere farla conoscere, ma non posso certo promettere nulla a quei pochi con cui vengo in contatto, e credo che loro ne siano consapevoli, se si può far fede alle seguenti cifre. Permanenza media al dojo: forse sei mesi. Anziani: nessuno. Numero dei praticanti regolari: una decina.

Non ricordo neanche di essermi mai schierato contro la medicina, di cui non so quasi niente. Comunque io rispetto la produzione dell’intelletto. Cerco solo di considerarla per quella che è, come qualcosa di relativo ai tempi, agli uomini che ne fanno uso, e guardo come le idee sono state digerite a livello dei grandi numeri e come evolvono.

Ho riferito le mie esperienze, questo sì, perché mi sono reso conto che spesso crediamo di sapere solo per il fatto di usare parole che sono sulla bocca di tutti. E invito chi mi capita sotto mano a non essere superficiale.

Non è un problema rilevante sapere solo per sentito dire che cosa sia l’astronomia o la matematica. Se si va da un astronomo con un problema gastronomico, l’equivoco è presto risolto. Ma se si va da un medico per un problema di salute, in realtà non sabbiamo bene neanche noi qual’è il problema, in realtà non sappiamo neanche se c’è davvero un problema, ed è qui che le cose cominciano a farsi delicate. Il raffreddore, per esempio, è un problema di salute? E la diarrea? O il problema sta solo nella nostra testa?

Il medico interpellato da noi non esprime solo un’opinione. Ci fa una diagnosi e ci prescrive un rimedio con tutto il peso della sua scienza. Quindi interviene direttamente e incisivamente nella nostra vita, dato che noi ci aspettiamo proprio questo da lui. A questo punto abbiamo un nome e una soluzione al nostro problema, ovvero i nostri pensieri vengono convogliati negli schemi di una particolare concezione di salute, una concezione generale che troppo spesso non tiene in nessun conto le situazioni dei singoli individui. Se questo è utile per avere un certificato da esibire, la contropartita è che ci cattura l’attenzione e ci etichetta, ovvero ci rende molto più difficile dare ascolto alla sensazione che noi abbiamo di noi stessi, proiettandoci in avventure pilotate da altri che niente sanno di noi. E, ovviamente, ci rende molto più difficile rimanere aperti all’imprevedibile, cioè alla quasi totalità del possibile. Questo è il rovescio della medaglia, di cui nessuno parla.

Così cerco ogni tanto di parlare di medicina, perché sulla medicina c’è uno stato di ipnosi generale, basata sul pensiero che è lei la specialista del nostro corpo, detentrice di un potere quasi magico. Quasi quasi ci cascano anche i medici stessi, come nella storiella che segue.

Una sera sono stato invitato a cena da una mia amica che non vedevo da quindici anni. Si è sposata con un medico che lavora nel campo dell'”alternativo”. Nella fattispecie questo Signore studiava la meditazione per i suoi benefici effetti, nel senso che registrava con certi apparecchi le onde cerebrali dei meditanti, inseriva i dati ottenuti in computer , ne faceva non so quale avanzatissimo studio con cui dimostrava, se ricordo bene, certi effetti terapeutici.

Così si parlava di queste cose che sono terra di nessuno e i primo che ci arriva ha il diritto di piantarci un paletto e chiedere il Copyright, e quindi di persone note in questo campo. Era appena morto non ricordo chi, fondatore di un metodo di auto guarigione molto conosciuto. Il mio ospite era profondamente deluso da questa persona che stimava molto. Perché? Dal modo in cui era morto: non più giovane, sofferente di cuore, invece di curarsi se ne era andato su di una isoletta mediterranea con la sua giovane compagna, e lì dopo qualche tempo ha avuto l’ultimo infarto.

Parole più a meno testuali del medico, in tono oltraggiato:

– Ma chi si credeva d’essere, Dio onnipotente in persona? Se si rivolgeva alla medicina come fanno tutti non sarebbe morto.

sicuramente la medicina di oggi conosce molte malattie e ha i mezzi di intervento per curarle. In caso di malattie contagiose è comprensibile che gli individui si assumano la responsabilità di curarsi, in modo da evitare che altri si ammalino per causa loro. E’ anche comprensibile che lo Stato possa decidere di rendere obbligatorie delle vaccinazioni e quant’altro, anche se sicuramente ci sono degli scotti molto pesanti da pagare. E’ la sfera sociale della medicina. Ma negli altri casi, curarsi, come curarsi, e non curarsi dovrebbe essere ancora di libera scelta. Sembra facile ma non lo è, la pressione è enorme.

Per esempio, uno degli scopi dichiarati della medicina è combattere e possibilmente sopprimere il dolore. Sono stati fatti progressi fantastici in questo campo. Basta Pensare che la chirurgia si è potuta sviluppare solo dopo la scoperta degli anestetici. Ma che senso ha bloccare sul nascere, o provarci, qualunque tipo di dolore? Ormai è acquisito “che è così che si fa”, e infatti in ospedale non mi chiedevano neanche se avevo male, mi davano l’antidolorifico serale di routine, esattamente come passare con la camomilla e spengere le luci. Solo che un antidolorifico è una sostanza chimica potente con un sacco di effetti collaterali, conosciuti e sconosciuti, che variano da individuo a individuo, non un bicchier d’acqua. Già che c’ero, ho voluto provare un antidolorifico prescrittomi, l’ultima novità farmacologica, fiore all’occhiello della ricerca italiana. Ho smesso di corsa perché mi stava bloccando le funzioni intestinali e mi stavo letteralmente avvelenando.

Se io parlo di medicina non è per condannarla, ma per comunicare idee che escono dalla banalità della nostra pigrizia mentale. Metto sull’avviso, se vogliamo. Esattamente come un avvocato coscienzioso avverte il suo cliente che tra citare in giudizio qualcuno e ottenere una sentenza c’è un bel calvario, e allora forse è meglio trovare un accomodamento, anche se inglorioso. La Giustizia è un diritto, il sistema giudiziario un apparato. La Salute è un diritto, la medicina una multinazionale. Occhio, tutto qui. A forza di riempirsi la bocca di paroloni, a volte ci si dimentica delle cose più banali, come del fatto che ogni mattina ci svegliamo da soli, che si voglia o no. Rivendicare un buon sistema assistenziale non ci deve esentare dall’occuparci di noi stessi in prima persona.

Per esempio, una signora aveva un fibroma sotto pelle grosso come un pugno che continuava a crescere. Mi diceva che andava a farsi visitare per controllarne la grandezza. Io ho toccato e le ho detto: ma scusi, si sente benissimo sotto le dita, che bisogno ha di andare a farsi visitare?

E allora lei si è toccata e ha detto: è vero, si sente!

Capite? Era come se non si fosse mai toccata! Perché? Ma perché se si ha un fibroma lo si fa tenere sotto controllo dal medico, no? toccandosi è come se si fosse svegliata. Si è accorta, per esempio, che assumeva inconsciamente particolari posizioni molto scomode e stancanti per non sentire il fastidio che le procurava il fibroma.  e da quel momento, grazie anche a qualche risata, il suo fibroma è andato molto meglio, ora si è ridotto e ci convive decorosamente.

Dicevo che mi interessano le cose banali. Per esempio, quanti conoscono la deontologia medica? In altri termini, quando andate dal medico, sapete quali sono le sue regole professionali, obbligatorie e non? E’ importante, sapete, perché un medico è inserito nel nostro stesso contesto sociale, non vive su una nuvoletta di amore per il prossimo. Eppure non ci si pensa mai, e poi magari si critica. A me è venuto in mente solo quando mi hanno raccontato la seguente vicenda.

Una coppia desiderava che il loro neonato non subisse le vaccinazioni obbligatorie, o che almeno venissero ritardate il più possibile, cioè fino al momento in cui fosse praticamente inevitabile, dato che all’inizio della scuola dell’obbligo il certificato di vaccinazione viene comunque richiesto. Il fratello del padre, medico, lo è venuto a sapere, probabilmente per il semplice fatto che nessuno ha pensato di tenerlo all’oscuro, e lui ha denunciato la cosa. La coppia ha ricevuto non so bene che tipo di ingiunzione giudiziaria, pena l’affidamento del bambino alle autorità competenti.

Il commento dei conoscenti è stato: ma insomma, che stronzata, fatta proprio dal fratello, poi. Ma in seguito mi sono chiesto: se è scattato un procedimento giudiziale, allora che cos prevede la legge esattamente? Il tema a quell’epoca non era così appassionante da fare ricerche specifiche, ma un giorno ho avuto in mano un testo così intitolato: Nozioni di Deontologia per il Medico Pratico, edizione 1952, e allora me lo sono sfogliato con calma.

si comincia con le denunzie obbligatorie, e qui, infatti, ho trovato il caso specifico della vaccinazione sopra riportato: “denuncia dei fatti che possono interessare la sanità pubblica”. Ci sono in tutto 26 casi di obbligo, che vanno dalle nascite e morti, seguono una sfilza di malattie, e terminano con gli ammalati di mente, alcoolisti cronici e tossicomani. La normativa comprende: Leggi Sanitarie, Leggi di Pubblica Sicurezza, Codice Penale. La non adempienza prevede la radiazione dall’Albo ed eventuale processo e condanna.

Si passa poi al referto (atto con il quale il medico dà notizia all’autorità Giudiziaria dei casi di sospettato reato nei quali ha prestato la propria opera professionale) e ai certificati (atti con i quali si attestano fatti di natura tecnica: atti destinati ad accertare la verità e rilasciati nell’interesse  della persona o ente che li richiede) obbligatori e non : 23 casi. Si vana dalla sana e robusta costituzione all’internamento di alienati in manicomio.

Seguono le perizie (speciale mezzo di prova consistente in un giudizio sulle svariate questioni d’indole tecnica, che sorgono nella amministrazione della giustizia) in materia penale, civile, canonica, psichiatrica.

Da una spina all’altra si arriva al problema della responsabilità del medico per errori di ogni genere e specie.

Dulcis in fundo: codice del medico cattolico; e qui abbiamo tutti i divieti di tipo religioso: aborto, eutanasia, sterilizzazione, fecondazione artificiale, con mille casi particolari. Un paio di citazioni: “Il medico dovrà concedere, nei casi accertati di impossibilità al digiuno prolungato, i certificati necessari, a chiunque glieli chieda, per ottenere le opportune facoltà di comunicarsi non digiuno, specificando i periodo di tempo presumibile per una tale dispensa. La Comunione attraverso la fistola gastrica è ammessa”. “I patimenti sono una partecipazione alle sofferenze di Gesù Cristo, e pegno della futura beatitudine. E’ illecito ogni intervento terapeutico mirante a lenire le sofferenze, il quale diminuisca la resistenza del malato così da accelerare la morte”. “Nel caso di morte certa di donna in stato di gravidanza, il taglio cesareo non è solo lecito ma doveroso qualunque sia l’epoca della gravidanza, al fine di procurare al feto la vita eterna per mezzo del battesimo. Il Battesimo può essere amministrato anche nell’utero e su qualunque parte accessibile del bambino, facendovi giungere, sterile o no, medicata o no, acqua con qualunque mezzo, anche con una siringa, pronunciando nel contempo le sacramentali parole. A parto espletato si ribattezzerà sotto condizione. (Il Battesimo intra-uterino è considerato dubbio)”.

Basta così, se volete il libro chiedetemelo. Comunque spero sia chiaro che essere medico significa essere in una posizione estremamente complessa, non solo perché la medicina non ha le caratteristiche proprie delle altre scienze pur necessitando di una conoscenza vastissima, ma anche perché è nel mirino di tutti, con sollecitazioni enormi. E prerogative, tutele, occasioni di carriera e guadagno, fama e potere. I malati non sono il solo interesse dei medici.

Bisogna essere disincantati su questo, e tenerne conto per poterne fare buon uso, da una parte, e dall’altra per non avere la sgradevole sorpresa di essere trattati come pacchetti postali e poi provare risentimento.

Quando il chiropratico mi ha visitato la prima volta, mi ha consigliato di fare una radiografia per localizzare con precisione l’ernia e le sue dimensioni. Allora sono andato dal medico dell’U.S.L. Gli ho detto cosa avevo e gli ho chiesto che mi facesse la prescrizione per una radiografia. E lui non ha voluto! Non c’è stato verso, mi ha prescritto delle punture per “nutrire il nervo”, non gliene fregava niente di cosa io desiderassi. E d’altro canto anche la mia reazione è stata curiosa, perché ero arrabbiato pensando a tutti i milioni che ero stato costretto a pagare in tanti anni di contribuzione obbligatoria, e ora che per una volta nella vita chiedevo una prestazione sanitaria, un ignoto medico assegnatomi d’ufficio mi faceva ostruzionismo!

Quando poi sono riuscito ad avere la prescrizione della radiografia da un altro medico, al laboratorio radiologico dell’U.S.L. mi hanno dato appuntamento per 20 giorni dopo. Mi aspettavo quindi di trovare code inverosimili, e invece il giorno fissato ero completamente solo in sala d’aspetto, e ho dovuto comunque aspettare una buona mezz’ora, perché non c’era proprio nessuno, neanche il personale tecnico!

Una quattordicenne si è rotta una braccio a scuola mentre sua madre era fuori città, e l’hanno subito portata in ospedale. Per qualche giorno sono rimasti indecisi tra ingessatura e operazione perché la rottura aveva a che fare con l’articolazione dell’omero, o qualcosa del genere.

Pare che non l’abbiano operata subito per un primario dell’ospedale era amico di famiglia e ha seguito da vicino la famiglia. Altrimenti l’avrebbero sicuramente operata perché era la cosa più spiccia, pur sapendo che cacciare chiodi e placche nelle ossa di un adolescente è rischioso, dato che è in fase di crescita e anche le ossa crescono. E’ tutt’altro che raro che delle scelte terapeutiche siano fatte in base a considerazioni di tipo amministrativo interno alla struttura sanitaria.

La storia di questa ragazza è carina invece perché qualcosa di totalmente imprevedibile l’ha risparmiata da possibili disavventure. Pochissimi giorni dopo l’incidente si è presa la varicella e l’ha passata alla madre, così non ha più potuto andare in ospedale a farsi visitare e tanto meno a operare. E’ semplicemente rimasta a casa con la mamma, con il braccio bendato contro il torace. Quando è uscita dalla quarantena l’ortopedico ha constatato che le ossa già cominciavano rinsaldarsi correttamente, e tanto valeva lasciare le cose come stavano. Così si è evitata non solo l’operazione ma anche l’ingessatura. Un mese che le hanno tolto la fasciatura già montava a cavallo, dunque il braccio si è rimesso a posto da solo.

Se racconto storie di questo genere, vuol dire che sono contro un aiuto che può venire dalla medicina? No. Voglio solo ricordarmi che non sono una macchina che se si guasta deve essere portata da un meccanico. Sono un essere vivente, che come ha saputo nascere così è in grado di vivere. Dopodiché ci si muove come si può nel contesto che ci è capitato in sorte, cercando di non fare troppi errori.

Se decido di farmi operare lo deciso perché fa comodo a me, e a nessun altro. E se non mi opero non è per rimanere fedele a tutti i costi ad una idea astratta di pratica. se una pratica deve essere un’idea, di una idea in più non ne abbiamo proprio bisogno, grazie. Io voglio continuare a praticare l’Aikido, e per farlo come dico io ho bisogno anche di un corpo che possa fare cerchi quadrati triangoli senza urlare continuamente dal dolore, col rischio di paralizzarmi. Questa è la mia direzione. Può darsi che debba rinunciarci, può darsi che rinunciarci mi apra orizzonti insospettabili, ma ora le cose stanno così, e sono disposto ad assumermi dei rischi e a prendere delle decisioni.

La medicina odierna ha un’idea molto particolare della salute, soggetta com’è a rispondere alla nostra richiesta di essere efficienti nel mondo del lavoro. Secondo me c’è un equivoco di fondo: si confonde l’efficienza con la salute. Ora che anch’io ho problemi a guadagnarmi la pagnotta perché ho una specie di chiodo piantato nella schiena che mi rende esausto, mi rendo conto che non è facile vivere con lo spettro di un futuro incerto a causa di una menomazione permanente. Siamo incastrati in un meccanismo a tempo, il cui funzionamento è scandito da ritmi amministrativi e fiscali, nonché dalle scadenze di pagamento di servizi onerosi che fanno ormai parte della nostra vita. Se si abita ad un quinto piano di un condominio, voglio proprio vedere come si fa a rinunciare all’elettricità o al riscaldamento.

La medicina è inoltre un sistema di pensiero condizionato dalla paura della morte, da cui deriva una concezione della vita profondamente perversa, perché è impensabile poter vivere bene con l’eterna paura della morte, l’unica cosa sicura della vita. La malattia, in quanto avvisaglia di morte, bisogna combatterla, meglio ancora prevenirla.

Questa posizione si è trasformata addirittura in un diritto-dovere, creando una situazione di impasse davvero curiosa. Da una parte si sono trovati i mezzi per allungare la vita di una popolazione, dall’altra le malattie e la vecchiaia hanno assunto costi sociali e assicurativi proibitivi.

Il risultato più evidente di questo incubo è che nei paesi civilizzati nascono meno bambini. E’ un fenomeno naturale di selezione delle razze indebolite? Sono i bambini stessi che non hanno più voglia di nascere in questo manicomio? In ogni caso, a un livello più sottile, tutta questa lotta alla morte non fa altro che portare alla morte, la lotta alle malattie ad uno stato tale di indebolimento vitale che non potremo altro che essere sempre più malati  e apatici.

Oggi come oggi non solo l’idea imperante di cosa sia la salute è molto confusa, ma perfino rispetto alla guarigione siamo profondamente contraddittori: da una parte pretendiamo di voler star bene, ma dall’altra abbiamo paura di non star più male.

Pensate che disastro se la salute trionfasse: noi individui della strada perderemmo un mezzo potente di attirare su di noi l’attenzione dei nostri congiunti, amici e conoscenti, non potremmo accampare scuse, dovremmo essere molto più onesti con noi stessi e nei rapporti con gli altri. E il novanta per cento di chi si occupa delle malattie altrui dovrebbe cambiare professione: medici, infermieri, addetti di ogni tipo, volontari. Ministeri, assessorati, case farmaceutiche, industrie di apparecchi medicali drasticamente ridimensionati. L’edilizia riceverebbe un duro colpo. Ci sarebbero serie ripercussioni perfino nelle religioni.

Ma siamo proprio sicuri di volerla veramente questa salute di cui tutti ci riempiamo tanto la bocca?

Ma non ci sono pericoli che la salute trionfi, almeno fino a che lo svuotamento delle nostre esistenze continuerà ad avere come effetto la paura di vivere e di morire. Noi vogliamo solo non aver malattie, confondendo la salute con l’efficienza, l’estetica, la moda.

La mia recente esperienza di sciatica mi ha aiutato a chiarirmi le idee in proposito. Io ho perso in efficienza, in estetica, ma non in salute. Provo dolore: è giusto, il mio corpo mi segnala le sue condizioni attuali, mi chiede di tenerne conto per non mettermi in situazioni di pericolo. E contemporaneamente mi insegna qualcosa su di sé e mi spinge ad attingere a risorse finora lasciate in disparte. Da questa sciatica posso aprirsi per me possibilità impensate che possono arricchirmi enormemente. Come posso considerarmi un malato? Anche se sciancato, io sto benone, grazie.

1/09/1991

Mi sono preso tutto il messe d’Agosto per lasciare che il polverone che avevo sollevato con le mie ricerche di una soluzione si posasse. a un certo punto ho detto: basta. Basta sentirsi imprigionato dalle esperienze altrui. Basta con la via angusta delle scelte razionali.

Sono contento di questa decisione, se non altro perché nel frattempo ho saputo il motivo per cui in ospedale non mi hanno operato come previsto. Proprio in quei giorni un ragazzo, tuffandosi in acqua, è caduto su una roccia, rovinandosi la colonna vertebrale. E’ stato operato a più riprese, è vivo ma in stato puramente vegetativo.

Questo evento mi ha molto colpito. E’ una tragedia. Si dice: peggio di così si muore. Per me forse è peggio della morte, ma è inutile entrare in un tema così scabroso. Ma sono anche stordito perché questo ragazzo mi ha donato qualcosa di molto importante ad un prezzo terribile. Lui non lo sa, ovviamente, e non mi sembra davvero il caso che glielo vada a dire, ma io sento di avere avuto, grazie a lui, un’occasione di gettare uno sguardo in più fuori dalla squallida gabbia della mia piccola mente dozzinale e presuntuosa. Gratis.

Infatti è successo questo: i miei dolori stanno diminuendo. C’è stato un crescendo fino a un po’ prima di Ferragosto. avevo davvero il fiato corto, riuscivo a muovermi pochi minuti alla volta, e cominciavano ad arrivare i ragazzi per lo stage. Poi sono cominciate le fitte, delle specie di pugnalate senza preavviso che alla fine mi hanno fatto passare una notte in bianco. Dopo di che, impercettibilmente, giorno dopo giorno, il miglioramento. Già alla fine dello stage stavo meglio, e ora non va davvero male.

Mi rendo conto oggi che avevo perso fiducia nella capacità del mio corpo di lavorare per rimettersi in sesto, si era instillata in me la paura, lo scoraggiamento. Il giorno in cui sono caduto malamente, trauma che è stato probabilmente l’ultima goccia per la mia schiena mezza marcia, mi è scappato detto, sconsolatamente: dieci anni di Aikido per non saper neanche attutire una caduta. Complimenti.

Quando, dopo un paio di mesi con un piede sfasciato, ricominciavo a camminare quasi normalmente, anche se non potevo certo mettermi in seiza o altro, ecco che la sciatica mi ha ghermito. Ho voluto sapere la causa precisa,  e forse potevo risparmiarmelo. Comunque la risposta: un’ernia del disco inter vertebrale tra L5  e S1, per schiacciamento. Colonna vertebrale compromessa: sono finito in un tunnel nero.

Oggi, se non fosse per quel disgraziato ragazzo, avrei risolto, con un po’ di fortuna, il mio problema con un intervento chirurgico, e mi sarei perso molte cose importanti: l’esperienza preziosa di aver guardato in faccia la mia paura; la constatazione che il nostro organismo infinitamente più grandi di quanto si voglia credere comunemente; la comprensione profonda della discriminante tra l’idea di salute del Movimento Rigeneratore e quella della terapeutica.

Ovviamente non saprei proprio se e quanto la pratica abbia favorito il mio processo di miglioramento. Posso solo dire di avere continuato a praticare come potevo, perché smettere era ancora più penoso di praticare nello sconforto. Ma una cosa è sicura: se ne ho avuto giovamento è stato in larga parte, ripeto, mio malgrado. E a questa riflessione si accompagna una curiosa sensazione di riposo mentale, di freschezza.

20/12/95

Mi sono perso il dischetto su cui conservavo questo scritto, e così con pazienza me lo sono ricopiato. Non credo che altrimenti me lo sarei letto con attenzione, e invece è stato interessante. Confermo la sensazione di allora di aver vissuto un momento importante della mia vita, e ora posso rendermi conto che è successo anche dell’altro in quel frangente, a livello profondo di associazioni inconsce.

Tea ed io parlavamo stamattina della nostra situazione, una specie di bilancio. Nostro figlio sta per compiere tre anni, andrà presto all’asilo. Tea, che è stata con lui finora, adesso desidera riprendere a lavorare. Io, dopo, la sciatica, ho cambiato lavoro, e ho imparato a riparare gli orologi. Per la schiena va bene, ma praticamente non ci dà da vivere. Il negozio ha troppe spese, pochi clienti. Così l’anno prossimo dobbiamo trovare lavoro tutti e due.

A parte l’arrivo di Arturo e la compagnia che ci fa, in questi anni c’è stato un lento offuscamento nella nostra vita, di cui credo di essere il maggior responsabile. Nel mio lavoro non c’è entusiasmo, non ci sono iniziative. La caratteristica principale del mio atteggiamento è che “non ci credo più” alle cose che inizio, penso già in partenza “che non ne vale la pena”.  Mi sento in disarmo, vado avanti per inerzia, piano piano mi sto bloccando.

L’altro giorno ho proprio toccato con mano la gravità della situazione. Due ragazzi in negozio si sono messi in tasca un orologio molto costoso. Non li ho colti sul fatto, ma me ne sono reso conto perfettamente prima che uscissero. Non sono stato capace di tirar fuori una sola parola per farmelo rendere, e li ho lasciati andare così, sbigottito della mia codardia.

In due anni ho avuto quattro furti con scasso, innumerevoli tentativi di furto con destrezza di cui alcuni riusciti, una vicenda di carte di credito clonate che mi è costato il ritiro della convenzione, raggiri di ogni tipo. Sono disgustato. Mi hanno completamente rovinato il piacere di lavorare. Ormai come una persona entra in negozio mi tendo come una corda di violino. Mi aspetto continuamente una rapina a mano armata, e quando Tea mi propone di stare lei in negozio quando io sono via preferisco decisamente di no.

Tea ha ragione, dovrei chiuderlo questo negozio, costi quel che costi la rottura del contratto d’affitto, la liquidazione della merce e dell’attrezzatura. Ma poi? A primavera di quest’anno avevo cercato di trovare una soluzione. In questi anni ho sempre avuto qualche cliente per i riaggiustamenti posturali. Così mi sono detto: potenziamo questa attività, rendiamola rimunerativa. Quando lo sarà, il negozio cesserà automaticamente di essere un problema, e la decisione di cosa farne maturerà da sé, in tutta serenità. Allora mi sono attivato per darle una connotazione professionale. Da quel momento si è bloccato tutto.

Insomma, cosa mi sta succedendo? C’è qualcosa in me che lavora in negativo e io sono rassegnato. Ora so che cos’è, la lettura della cronaca di quell’Estate del 1991 me l’ha rivelato.

Il Sesto Giorno, 21/07/1991, scrivevo: “La mia vicenda ospedaliera ha avuto degli strascichi, difficilmente calcolabili. Mentre ero via sono stato attaccato perché ho deciso di operarmi. Pare che questo ingeneri confusione nelle persone a cui ho presentato il Movimento Rigeneratore. La lettera che segue, che mi aspettava al mio ritorno, rende bene il clima che si era creato. Non mi è nuovo, in altri dojo è già successo e non ha mai portato niente di buono. ”

E infatti non ha portato niente di buono. Ics, il personaggio di cui si parla nella lettera, non si limitò a esprimere le sue critiche nei miei confronti. Ics era in una posizione particolare nel dojo. Era con noi solo da qualche mese, ma ha iniziato a praticare con Tsuda prima di me ed è stato un “elemento di spicco” nel dojo di Parigi. Estremamente estroverso e intuitivo, raccontava cose molto interessanti della sua esperienza di pratica. Per cui erano tutti molto contenti di questo arrivo, e la sua carica di vitalità incontenibile era una bella sferzata di energia nel nostro tranquillo tran tran. A quell’epoca praticavamo Aikido tutte le mattine e lui era molto propositivo. Il fatto di conoscerci da almeno dieci anni, anche se ci vedevamo solo saltuariamente in Francia agli stages, e di ritrovarci così dopo tante peripezie mi faceva piacere, anche se la Signora Tsuda, per certi versi un autentico mostro di intuizione sapientemente coltivata alla Seitai Kyokai (ricordate come mi aveva scaricato senza tanti complimenti?), inspiegabilmente l’estate prima mi aveva messo oscuramente in guardia nei suoi confronti, quando  Ics era ancora rintanato nei Pirenei a fare il restauratore di lapidi mortuarie!

Ebbene, Ics si rivelò essere un autentico mestatore. Mentre ero via mi denigrò e propose di lasciarmi al mio destino, tanto non avevo capito niente ed ero spacciato. Quando lo seppi mi dispiacque molto, ma, dato il tipo che era e sapendo di tutte le grane che aveva piantato ovunque, non me la vissi poi così male. La cosa tremenda fu un’altra. Che molte persone che erano mie “allieve”, amiche, compagne di pratica, in un certo senso intime, se ne andarono con lui.

Fu una mazzata tremenda, me ne rendo conto pienamente solo ora. All’epoca di questi avvenimenti mi comportai effettivamente come chi ha ricevuto un colpo così forte e così veloce che rimane in piedi, ma ormai è già morto: lasciai tutto come stava. Solo che attaccai fuori dal portone il cartello VENDESI.

La vendita non andò a buon fine, ma per me il dojo era finito, non me ne occupai più. Chi voleva andare a praticare poteva farlo, chi voleva contribuire con dei versamenti in danaro era gradito, ma che fosse ben chiaro che erano miei graditi ospiti, nient’altro. Semplicemente non potei accettare che un impegno decennale venisse spazzato via così da una libecciata. Tanto valeva non fare niente.

Questo pensiero deve essere penetrato in profondità, e lì ha dilagato, influenzando negativamente ogni cosa che ho fatto da quel momento in poi. Quando un pensiero, una impressione, diventano parte dell’inconscio, non ci accorgiamo più che ci sono, ma loro continuano a lavorare a nostra insaputa. Noi decidiamo ad andare in una direzione e loro ci tirano da un’altra parte. Sono più forti delle nostre intenzioni coscienti. Funzionano come dei meccanismi regolati da sensori: ci lasciano fare rimanendo disattivati e poi scattano quando la tensione arriva ai livelli su cui sono tarati, oppure quando una serie di fattori diventano concomitanti. Sono completamente mimetizzati e hanno proprietà mutanti quando vengono individuati. Micidiale.

Naturalmente queste cose succedono perché trovano un terreno favorevole. Nel mio caso c’è da notare che non sono mai stato un personaggio baldanzoso e sicuro di sé. E nelle circostanze ero debilitato e contratto. D’altro caso se qualcuno vuol affondare un colpo lo fa quando si è scoperti. Non è intenzionale, funziona così: l’acqua rompe gli argini nel punto più debole.

E ora che si fa? Quando un colpo molto veloce penetra in profondità senza lasciare segni all’esterno è davvero pericoloso, perché l’organismo non ha avuto il tempo di reagire, è desensibilizzato e non si mobilita, non prova neanche dolore. C’è una tecnica per far riaffiorare un colpo del genere e quindi mettere l’organismo in condizioni di espellerlo, ma un pensiero?

Non ho proprio più nessuno a cui chiederlo. Sono di nuovo ai bordi dell’ignoto.

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la nascita nel Seitai – una storia vissuta

dicembre 3, 2007

  DIARIO DEI PRIMI 15 MESI CON ARTURO 1992-1993

Primi di Aprile 92

Sento in Tea una pesantezza nel rilassamento che non le conoscevo. Il suo corpo è più umido, si incolla al mio come se prendesse la mia forma. Il suo sguardo a momenti si fa straordinariamente luminoso, gli occhi spalancati, e i lineamenti del viso prendono una fisionomia più precisa.

20 Aprile

Mi accorgo che il corpo di Tea, dopo un primo accenno, non è entrato nel ciclo mestruale. E’ come se vi si fosse preparato come al solito, e poi ci avesse ripensato.

23 Aprile

Tea mi dice che le è saltato il ciclo, e crede di essere in cinta. No, non ne rimango sorpreso. Le dico anche che me ne ero già accorto, che qualcosa in me lo aveva registrato sotto la soglia della consapevolezza razionale. Mi viene anche da dire che sarebbe astuto tacere con tutti, in modo da essere lasciati in pace. Soprattutto i familiari, che non comincino a premere con i loro “bisogna fare questo e quello”, “attenzione a…”. L’ideale sarebbe occultare il tutto anche per sei mesi dopo la nascita.

Da subito parliamo di cose pratiche relative alla casa, e ci confessiamo un vago spavento.

24 Aprile

Provo un certo imbarazzo a fare yuki sul ventre di Tea, pur avendone un gran desiderio. E’ come se questo atto sancisse la realtà dell’avvenimento, mentre voglio ancora pensarci in termini di eventualità. Trovo un compromesso: le sento il terzo punto del ventre. Non ho mai avuto una risposta simile da un terzo punto: il medio sembrava appoggiato come su una pallina da ping pong. Facendo yuki si è sciolta. Spero di non aver compromesso niente, magari andava bene così e io ho toccato male.

Di colpo mi sento entrato nell’ignoto, dove ogni parametro frutto di esperienza precedente non ha più alcun significato.  

25 Aprile

L’idea di avere un figlio si è sedimentata. Mi sembra ancora abbastanza irreale, ma ne riscontro degli effetti psicologici. Non sono contento. Ci penso in termini pratici come a una grossa complicazione. Mi sento legato a vita da questo evento, ed è una sensazione opprimente.

26 Aprile

Tea mi dice che crede proprio di essere in cinta, perché sente in sé una pienezza sconosciuta. Effettivamente quando ci corichiamo e ci abbracciamo, mi arriva un’ondata di vitalità intensa che non chiede altro che di portarci tutti con sé, all’istante. Se si esita un attimo è già passata. Dura finché non ci si perde dietro qualche pensiero.

Tea chiede yuki al ventre. Dentro di me, in un grande spazio vuoto e oscuro, il tonfo di un portone senza infissi che si chiude dolcemente, ma con grande severità.

4 Maggio

Il Norito è molto cambiato. Sento una circolarità che prima non c’era. La consapevolezza di avere generato vita ha messo in moto una grande ruota, il cui movimento mi attraversa. Prima era più rettilineo, pendolare tra cielo e terra, tra passato e presente. Ora si è aggiunto il futuro, questo figlio, e la sensazione di me qui e ora si è trasformata.

Purtroppo, come contraccolpo, ora mi dà molto più fastidio la pratica di chi è al dojo in modo futile e incerto. Ho deciso di vendere il locale del dojo e investire questi soldi nella mia attività commerciale. Spero che i praticanti abbiano abbastanza determinazione per mettere in piedi qualcosa di loro, altrimenti pazienza, non ha senso stare a balia in eterno.

16 Maggio

Ieri sono andato dalla mia Avvocatessa per la causa contro il condominio e le ho chiesto che problemi c’erano ad avere un figlio senza essere sposati. Pare non ce ne siano se il padre riconosce il figlio.

Tea ha contattato Antonietta, per farsi dare il nome del  medico che ha certificato la nascita di Giuliana, la figlia di Pascal e Laurent. Questo Signore conosce il movimento rigeneratore e lo rispetta. Tea desidera fare il parto in casa, tentare di alzarsi al momento giusto e tenere il bambino al riparo per i sei mesi consigliati dal Seitai.

Tea non è riuscita a non dire agli amici di essere in cinta, ma è riuscita a tacere con i parenti.  

20 Maggio

Tea ha saltato anche il secondo ciclo, e quindi ogni dubbio è risolto. Il seno è già cresciuto e le fa male, così che in bicicletta non fa più le strade col pavé, per evitare le scosse.

Da parte mia provo un certo languore a stare abbracciato con Tea, quasi un magnetismo che la mattina mi fa indugiare a letto con una mano posata su di loro: sì, loro. L’altro giorno ero in piedi accanto al letto e guardavo Tea sotto il lenzuolo. Le ho chiesto ridendo: “ehi, dico, ma in quanti siete lì sotto?”. D’altro canto questo magnetismo non ha niente a che fare con l’attrazione sessuale, che è molto diminuita. Ogni tanto è come se me ne ricordassi e constatassi che non c’è.

Quest’anno avevo deciso di radiare la mia vecchia Lancia che giace abbandonata in garage, ma l’altro giorno Gino mi ha chiesto come avrei fatto col furgone, che ha solo due posti. Insomma ci stiamo proiettando verso un nuovo assetto, e Tea è tornata a casa con un micro camicino comprato al mercato. L’ho guardato come se fosse un passerotto raccolto per terra con un’ala spezzata.

24 maggio

Comincio a notare una differenza di approccio nei confronti del lavoro. E’ una questione di densità. Lo vedo anche dal mio modo di muovermi nelle trattative in corso per prendere in affitto un negozio. Mi muovo in maniera più pesante, una parte di timidezza viene relegata in un cantuccio dalla sensazione di lavorare non più solo per me, ma per una famiglia.

Infatti ormai con Tea è di “noi” che parliamo. Quando Tea si guarda la cintura dei pantaloni che comincia a tirare, quando si chiede il sesso del nascituro e si soprende a chiedersene il nome, proprio come è successo a me indipendentemente da lei, è di “noi” che parliamo.      

5 Giugno

Ieri Tea ed io siamo andati a Como a vedere un medico antroposofo amico di alcuni praticanti di movimento rigeneratore. Anche lui è favorevole al parto naturale in casa, e certifica la nascita senza provocare shock al neonato. Aveva già sentito parlare di Noguchi e quindi non ci sono stati problemi.

Ci ha dato anche degli indirizzi di ostetriche che assistono al parto in casa. Ne cerchiamo una che entri bene in sintonia con noi e che non sia assillata dalle sue responsabilità professionali, pretendendo la medicalizzazione della gestazione e del parto. Comunque abbiamo anche altre piste da battere.

Questo medico ci ha consigliato anche di assistere a qualche parto. Ci sono anche dei corsi teorici di informazione e preparazione, ma niente vale un’esperienza dal vivo. Così siamo rimasti d’accordo che lui cercava di sensibilizzare un collega ginecologo per farci entrare in sala parto in qualche ospedale.

6 Giugno

Tea ha chiamato una di queste associazioni di ostetriche che seguono il parto in casa. Ha parlato con una segretaria che come prima cosa le voleva fissare un appuntamento per una ecografia. Tea ha detto di no. Allora le ha fissato una visita. Molto professionale, ma il contatto non è stato buono.

27 Giugno

Tea ieri è andata all’associazione di ostetriche, dove ne ha conosciute due con cui si è trovata bene. L’hanno trovata in forma. Il parto è previsto per la terza decade di dicembre. Le hanno fatto sentire il battito cardiaco del bambino, che è il doppio del nostro. Ha provato una viva emozione.

Tea si rende conto di aver cambiato gusti alimentari, ma non sa di cosa ha veramente voglia.

 E’ un periodo che mi sto chiudendo a riccio. Mi sembra che tutto vada di male in peggio e sto diventando proprio antipatico. Sono ormai pervaso da un pessimismo di fondo nei confronti della mia attività lavorativa e sono sempre più spaventato da un futuro dominato dalla presenza di questo figlio.

10 Agosto

Arturo mi parla di sé.

Ecco, è arrivato il momento. Ineluttuabile e giusto, il mutamento è qui, ora. Qualcosa chiama e dentro si produce l’eco. Un sottile brivido nel cambio di densità del prorpio essere.

L’improvvisa sensazione dell’apparire dal nulla di quel nucleo di potenzialità che dà inizio al tempo e allo spazio.

Ci siamo, è successo: il nucleo inizia a vibrare, in quell’istante magico in cui il silenzio si fa suono. Anche questa volta la frequenza è diversa, mai si è ripetuta due volte. Solo il piacere ha la stessa qualità, questa sottile tensione a entrare in simpatia con frequenze più dense e più lente, per poter prendere forma.

Ah, che nostalgia mista ad apprensione, in questo improvviso desiderio di ripetere un’esperienza di cui non mi rimane un ricordo preciso, ma solo una vaga sensazione di confuso movimento!

Ma un vertice improvviso mi prende e mi porta lungo un irresistibile flusso luminoso, per darmi collocazione. Sì, ora ricordo: questo è ciò che succede nell’istante in cui le tre frequenze si sintonizzano e il nucleo comincia ad attivarsi nel suo aspetto materiale.

Avevo dimenticato questo salto di qualità dell’essere, quando il niente si increspa e in quel punto si fa contenitore. Ora mi sento divididermi, e ancora dividermi, moltiplicandomi incessantemente, diversificandomi all’infinito ed acquisendo un senso indissolubile di unità in un coro di funzioni particolari.

E qualcos’altro prende consistenza nella sensazione: una osmosi di qualità tutta particoalre con un essere di cui comincio a prendere coscienza. Ne avverto l’onda affettiva, che mi tiene in sé, mi dà alimento, mi fa desiderare di portare a compimento il processo che si è messo in moto in me.

Comincio anche a riconoscere questo ambiente così particolare, in cui io sono ma di cui faccio parte. Comincio anche a ricordare che un giorno uscirò da qui e conoscerò il mio ospite con dei mezzi che ora non riesco ad immaginare, ma so che avrò, e proverò per lui un amore sconfinato.

5 Settembre

Ieri, di ritorno dalle vacanze, siamo andati all’appuntamento con le ostetriche. E’ il secondo a cui accompagno Tea, il primo è stato in Luglio. In Luglio avevo conosciuto Sabina, una trentenne che si è beccata un ipertiroidismo nell’ospedale in cui lavorava. Tranquilla, sicura, sa toccare. Ha un taiheki che si incastra bene con Tea. Questa volta c’era anche una nuova “leva” dell’associazione che lavora come ostetrica in un ospedale milanese. Brava figliola, ma che disastro. Potrebbe venire con Sabina da noi per il parto, e sono un po’ in allarme.

Lo studiolo delle visite era occupato, e quindi ci siamo messi nella saletta dove fanno Yoga, a terra. Tea e Sabina se ne stavano tranquillamente in seiza, le anche e il busto  sciolti, in buona armonia. Questa nuova ragazza era un pezzo di gesso, sofferente sulle caviglie, tutta ingobbita. Non era una presenza sgradevole, ma Tea mi ha confermato che essere toccata da lei è stato spiacevole.

La crescita del nascituro è nelle medie statistiche, le analisi del sangue e delle urine di Tea sono su valori normali. Tutto bene. Le hanno proposto il corso preparatorio al parto, a cui io non posso partecipare. Credo che Tea lo farà.

Da parte mia osservo questo movimento di donne senza particolari convolgimenti, è proprio una storia loro. Io sento che Tea sta bene, il suo piccolo anche. Gradiscono yuki, sprigionano una forza magnetica di attrazione per cui mi ritrovo sveglio accanto a loro per ore con il solo piacere di abbracciarli e stare lì con loro senza pensare a niente e godermi questa sensazione bellissima, completa in sé. Yuki di Tea è diventato molto forte, intensissimo. Le sue mani sono dolci, calde, quando mi accarezzano mi lasciano come nuovo. Non credo di aver mai provato una sensazione simile prima d’ora.

24 Settembre

Il piccolo ormai si muove. Ormai lo chiamo Arturo. Questo nome è venuto a Tea un giorno guardando le stelle, o qualcosa del genere. A lei non piace, e la gente che sente questo nome fa una faccia meravigliata. Non se l’aspetta.

Ho chiesto a Tea se essere in cinta, essere consapevole di essere una “fabbrica di vita” dà una sensazione di potenza, di superiorità. No, Tea lo sente come un fenomeno naturale. Piuttosto si sente “corazzata”. Dice che lei di solito è molto sensibile e influenzabile dagli avvenimenti esterni, e ora lo è molto meno. Si sente ottimista e inattacabile dai problemi esterni. Per esempio non si preoccupa affatto della situazione economica grave, non si sente per niente coinvolta.

Ho visto infatti che ha resistito bene all’invasione di sua madre, che quando ha saputo che voleva partorire in casa ha cercato di dissuaderla e voleva farla parlare con dei medici di opinione contraria. Lei ha detto di no, punto e basta. La madre ha reagito offendedosi, e Tea l’ha lasciata nel suo brodo dandogliele corte. Poi la situazione di attrito si è riassorbita e ora va molto meglio, anche se probabilmente ci saranno altri attacchi.

6 Ottobre

Ieri sera mi è presa una rabbia furibonda. Mi è montata dentro nel giro di un’ora, e io la sentivo crescere senza poterci fare niente, e alla fine mi è sbottata fuori, pur rendendomi conto che aggiungevo solo benzina sul fuoco.

E’ successo che Tea è andata dalle ostetriche per la visita di controllo. Oltre alla solita Sabina c’era anche una certa Francesca, che dovrebbe fare coppia con Sabina durante il parto, o la sua sostituta, se per caso ci sono più parti nello stesso momento. Tea è tornata scontenta. Le hanno riscontrato un rilassamento dell’utero che secondo loro si dovrebbe verificare solo all’ottavo mese, e tanto l’hanno pastrugnata che il bambino si è tutto ritratto, aveva il cuore impazzito, e quando l’hanno misurato è risultato più piccolo rispetto alle loro maledette tabelle statistiche. Così le hanno detto di tornare fra due settimane per rimisurarlo, e se la crescita non si è “normalizzata” vogliono che faccia una ecografia!

Eccoci qua, sempre alle solite. Gente con la mentalità e le mani da meccanico, in filigrana l’unica preoccupazione che tutto fili liscio secondi i canoni prestabiliti. Nessuna sensibilità, nessuna considerazione che gli individui sono ciascuno un caso a sé. Tea non ha un problema al mondo col suo piccolo, stanno bene insieme, è piena di energia e sta facendo un lavoro che la diverte. Ma di tutto questo sembra che le ginecologhe se ne freghino, badano a che il collo dell’utero sia come dovrebbe essere, e fanno del terrorismo al solo scopo di sentirsi professionalmente ineccepibili.

Così Tea è tornata che stava male e il suo piccolo anche. Quando gli ho fatto yuki non l’ho mai sentito così. Era di una immobilità angosciosa, tutto ripiegato su se stesso. Solo questa mattina si è riaperto con molta cautela, senza dubbio ha subito un grosso trauma.

Sono anche molto preoccupato che Tea si sottoponga così ai maltrattamenti, come se non avesse il coraggio di imporsi e difendersi. Ssi sente bene, perché diavolo non può fidarsi delle SUE sensazioni, peché diavolo deve andare a farsi dire come sta da chi sa chi ? Con questi bei risultati.

Dopo la mia arrabbiatura ha telefonato ad un’altra ostetrica per parlare con lei di cosa era successo, ed eventualmente vedere se con lei poteva avere un rapporto migliore. Quasi non riusciva a parlare dai singhiozzi, ma poi lo sfogo le ha fatto bene. Ma rimane il fatto che non ha senso chiudere la porta quando ormai i buoi sono scappati. Bisogna sentirle prima le cose, non lasciare che succedano, non andare a cercarsele, fidarsi delle proprie sensazioni.

Ora sono molto preoccupato. Se Tea non capisce che nessuno può dirle come si sente o cosa deve fare, non c’è nessuna possibilità di avere un parto naturale, e il fatto di farlo in casa non cambia la sostanza delle cose. Speriamo almeno che questa lezione le sia salutare.

8 Settembre

Ieri sera raccontavo a Ondine di come il piccolo fosse stato male in seguito alla visita delle ostetriche, e lei mi ha chiesto: ma come fai a saperlo? Al che le ho risposto quasi spazientito che bastava metterci una mano sopra e sentire, che lui era lì. Lei non ha replicato, ma è rimasta molto perplessa. Se avesse ribattuto non avrei saputo proprio cosa dirle d’altro. Mi sono reso conto che da un punto di vista razionale la mia asserzione era assurda. D’altro canto se la mia sensazione era sbagliata ed ero solo influenzato da dei miei pregiudizi, non c’era nessuna possiblità di controllo, nessun dato obiettivo da cui trarre logiche deduzioni.

Non posso dire di avere ragione o torto, devo solo fidarmi della sensazione e prendermi tutte le responsabilità di sbagliare, così, semplicemente: prendere o lasciare. In palio c’è il benessere di una creatura in condizioni di totale dipendenza e ogni sbaglio non ha rimedi. E non potrò accampare nessuna scusa se qualcuno mi muoverà delle accuse, non potrò mai mettere sul tavolo delle buone ragioni per salvarmi la faccia.

    

30 Settembre

I tuoi figli

non sono figli tuoi

sono i figli e le figlie della vita stessa.

Tu li metti al mondo

ma non li crei,

sono vicini a te

ma non sono cosa tua.

Puoi dar loro tutto il tuo amore

ma non le tue idee,

perché essi hanno le loro proprie idee.

Tu puoi dar dimora al loro corpo

ma non alla loro anima,

perché la loro anima abita

nella casa dell’avvenire

dove a te non è dato di entrare

neppure con il sogno.

Puoi cercare di assomigliare a loro

ma non volere che essi assomiglino a te,

perché la vita non torna indietro

e non si ferma a ieri…

Tu sei l’arco

che lancia i figli verso il domani.

                                                                                              Gibran

 

22 Ottobre

Tea ha parlato del suo incidente con le ostetriche con una sua amica che ha partorito in casa, con una ostetrica di nome Sara. E’ saltato fuori che Sara faceva parte del gruppo di ostetriche e se ne era andata per dissapori. Così Tea l’ha contattata per saperne di più. E’ venuto fuori che Sara si è formata sul “campo”, prima in ospedale, che ha lasciato disgustata, poi in Sudamerica, con i poveri, dove i parti si fanno nei campi, così come capita. Invece le altre sono delle laureate e specializzate che hanno avuto l’idea di fare questa associazione per il “parto alternativo”, ma nella loro testa niente è cambiato. Il parto in casa è solo un “lusso” in ambito strettamente medico.

Così si è chiarito quel “quid” stridente che avvertivamo bene, ma non sapevamo bene come considerare. Tea ha fatto di più. Ha lasciato il gruppo delle ostetriche e si è messa d’accordo con Sara per il parto. Io non l’ho conosciuta, ma tra loro pare sia scattata una buona intesa.

               Naturalmente io sono molto più rilassato e spero che finalmente le cose si siano messe in carreggiata.  

30 Ottobre

Da qualche giorno il bambino si muove in maniera diversa, ha preso più consistenza.

10 Novembre

Ieri ho conosciuto Sara, è venuta da noi nel pomeriggio. Abbiamo parlato un po’ del parto e del bambino, per capire se eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Direi di sì. La sua esperienza in Bolivia le ha fatto constatare sul campo che per partorire non c’è bisogno di nulla, e questo è un bel passo avanti. Le ho raccontato un po’ del movimento e lei ci ha descritto una specie di empatia che prova con le sue assistite, e di come lei vive spontaneamente un rituale di purificazione mano a mano che si avvicina il momento del parto. E’ una ragazza insolita. Aveva una sorta di timore a parlare di queste cose che le accadono nell’ambito della sua professione, ma quando ha visto che noi capivamo perfettamente si è tranquillizzata.

 13 Novembre

Ieri abbiamo incontrato Sara per strada. Nella sua visita a casa nostra le avevo anche detto che Tea non si sarebbe alzata subito e le avevo spiegato il perché. Sara era rimasta perplessa sui consigli tecnici di Noguchi, e così è andata a guardarsi possibili spiegazioni sulle discrepanze con le sue idee. E’ arrivata alla conclusione che le donne giapponesi fanno così per una questione antropologia: i bambini giapponesi nascono con la testa più grossa degli altri. Anche aspettare la fuoriuscita del meconio prima di iniziare l’allattamento non le va proprio giù. Secondo lei l’instinto alla suzione nei neonati si esaurisce nelle prime dodici ore, dopo di che fare attaccare il bambino al seno diventa problematico.

Insomma, credo che ciascuno rimarrà sulle sue posizioni, ma non ha molta importanza. L’essenziale è che Tea possa fare come sente meglio, e su questo punto Sara sembra perfettamente d’accordo.   

1 Dicembre

Adesso Tea comincia a stancarsi più facilmente. Soffre un po’ di sciatica e altri dolori di schiena. Si fa della grandi dormite e ha fame. Quando ha voglia fa pratica respiratoria e movimento sul lettone. Ha già comprato il necessario per le prime settimane del piccolo e i parenti hanno offerto i gadgets che avevano tenuto in ripostiglio.

Sara viene il lunedi pomeriggio e si ferma svariate ore a chiacchierare con Tea. E’ il suo modo di entrare e mi sembra si muova bene. E’ una laterale e sembra gradire una presenza maschile benevola ma burbera.

2 dicembre

Il terrore corre sul filo del telefono! Ha chiamato da Trieste la mamma di Tea che vuole a tutti i costi che Tea faccia l’ecografia. A cosa serve? chiedo io. A sapere con più precisione la data di nascita e a vedere se è a testa in giù! In realtà è terrorizzata che sua figlia partorisca in casa. Vuole venire a Milano ospite di sua sorella per essere vicino in caso di “bisogno”.

Poi chiama la Sara, che ha ricevuto da Tea un bigliettino in cui le dice che non ha nessuna voglia di fare l’ecografia. Se la prende male, perché lei è il tecnico e se chiede una ecografia, ecografia deve essere. Altrimenti niente da fare. Perché lei ha delle responsabilità e inoltre vuole che sia il suo pediatra e non il nostro (quel medico antroposofo di Como) a essere interpellato. Tea in lacrime. Addiveniamo ad un compromesso: l’ecografia si farà, così Tea, sua madre e Sara saranno tranquille che non sono previste complicazioni, ma alla madre diremo che il bimbo nasce dieci giorni dopo la data prevista, e anche Sara la chiameremo a cose fatte. Mentiremo spudoratamente per stare in pace.

Purtroppo Tea non ha capito in pieno fin da subito di quanto dovesse stare in campana per non farsi coinvolgere nel “così si fa perché è irragionevole non fare così”. Ha ceduto al piacere di partecipare gli altri di questa nascita Seitai, e ora si ritrova impelagata in critiche e pressioni. Eppure anche lei ha ascoltato le esperienze di chi ci è già passato. Ma pare proprio che le esperienze altrui non servano a niente.  

6 Dicembre

Ieri a mezzogiorno c’è stata l’ecografia: venti minuti di ultrasuoni, quelli che io uso per pulire gli orologi. Avete mai visto del metallo prima e dopo gli ultrasuoni? La mia macchina è tarata sui tre minuti di funzionamento.

Ieri sera alle dieci ci corichiamo e sento che la pancia di Tea ha una forma completamente diversa dal solito. Allora ridendo dico: ma c’è un buco qui! Il “qui” si riferiva ad un’ampia zona tra ombelico e pube. Ma il riso mi si gela in gola all’istante. Il bambino si era tutto rattrappito da una parte. Era in uno stato di tensione spaventosa e si era bloccato lì così. Ci sono voluti dieci minuti buoni perché di distendesse.

Ho provato un’emozione fortissima a sentire queste cose, era evidente che gli avevamo fatto un brutto tiro con questa ecografia. Ho temuto per dei lunghissimi minuti che il processo della gestazione si fosse alterato e che questo influisse sull’andamento del parto. La sensibilità di Tea era come sparita, lei e il bambino avevano perso contatto, e Tea non sentiva neanche che il piccolo era in quello stato.

Credo che con questa esperienza ho definitivamente chiuso con questa follia tecnicista. Pare che nessuno si renda assolutamente conto degli effetti spaventosi che producono farmaci, raggi e quant’altro. La madre di Tea mi aveva detto che l’ecografia non è assolutamente invasiva e non ha effetti collaterali. E’ falso. Ma la cosa spaventosa è che lei e tutti gli altri vogliono pensare così, sono completamente ipnotizzati, quindi non ci si può fidare di nessuno, nessuno sa quello che dice.

23 Dicembre

L’altro giorno Tea ha avuto un incontro con Sara che non è stato buono. I “termini” stanno scadendo e il piccolo non accenna a voler nascere. Tea ha detto a Sara che stava benissimo, e che io avevo previsto la nascita per il 4 Gennaio. Non lo avesse mai detto! Sara ha cominciato a fare i conti e si è accorta che il 4 Gennaio è nella 43ma settimana. A rigor di legge una ostetrica non può più seguire una partoriente dopo la 42ma. Quindi si passa sotto regime medico. Inoltre Tea dovrebbe fare un monitaraggio quotidiano del liquido amniotico. Il problema è che “la placenta invecchia” e quindi il sistema si degrada e c’è PERICOLO!

Quando Tea mi ha raccontato queste cose mi sono arrabbiato. Qusta storia della placenta che invecchia era già saltata fuori, e avevo notato che era diventata una idea fissa, di quelle che possono bloccare un processo naturale. E adesso vi si è aggiunto il monitaraggio e la responsabilità medica.

Ho chiesto a Tea perché continuasse a cacciarsi in situazioni in cui Sara si permettesse di inocularle dubbi e problemi. Avevamo già capito che lei con il suo “desiderio di pretendere il meglio per la madre e il figlio” era una fonte di guai. Perché insistere? E così Tea ha preso atto di questo suo bisogno di compiacere le persone, di appianare tutto, di avere paura di dire “no, per me desidero questo e questo, se ci stai, bene, altrimenti ciascuno per la sua strada”.

Insomma, c’è una dimensione di “tutto o niente” sul filo delle proprie sensazioni. Da una parte la propria sensazione, il proprio ritmo biologico. Dall’altra le idee e le conoscenze degli esperti, che non tengono conto delle sensibilità individuali. Non rimane che fare da soli, tuffarsi nell’ignoto senza dare ascolto a niente.

Io a questo punto comincio a temere fortemente che Tea riesca a fronteggiare la tensione che Sara le sta creando. Ora sta pensando di dirle non ci sta al monitoraggio e quant’altro, e che se Sara non è d’accordo prosegue da sola, al limite chiamerà un’ambulanza e se ne andrà in ospedale, se le cose andassero male. Pur di starsene in pace. Ma già la frittata è fatta. L’idea di dirle queste cose la fa star male. E l’idea di non avere più aiuto a casa la tende. Insomma è nei pasticci.

Da una parte è molto interessante che Tea possa vedersi i suoi “buchi psicologici” a fronte di un evento tanto intenso come la nascita di suo figlio. Dall’altra però il costo è alto. Tea si è come “scollata” da suo figlio, evidentemente la sua sensibilità è intralciata dalle idee che le stanno penetrando dentro. Il piccolo ora è per i fatti suoi, ha interrotto il dialogo con noi. Sembra dire: poveri imbecilli, lasciatemi in pace. In questa situazione la nascita potrebbe ritardare ancora di più, con chi sa quante altre pressioni esterne. Sto aspettando infatti che si faccia viva la madre di Tea, con i suoi: “giurami che lo farai”.

Secondo me Tea dovrebbe ritrovarsi sorprendentemente bene in questa dimensione di “tutto o niente”, ora che sta toccando con mano che se si vogliono fare le cose a  modo proprio non si può scendere a compromesso con niente e con nessuno. E’ la dimensione totale della propria sensibilità. Da parte mia mi sto rassegnando al peggio, anche se con ottimismo.

23 Pomeriggio – Tea stamattina è tornata da Sara ed è tornata raggiante. L’ha liquidata. Ha saltato il fosso. Sono emozionatissimo. Partorirà senza ostetrica. Mi ha detto: ora siamo soli. E in questa semplice affermazione quanta forza! Ora sta venendo fuori finalmente la vera Tea. Grazie piccolo Arturo, hai messo tua madre con le spalle al muro, ed ecco che il topo morde il gatto.

Anche Tea è emozionata, ha preso la sua decisione, ora trepida, e io con lei: la nostra respirazione rimarrà imperturbabile quando la tensione salirà? Arturo, aiutaci. Confido molto in te.

Il piccolo in effetti si è riaperto a noi. E’ come se avesse detto: ben tornati, era l’ora. Quando Sara ha chiesto a Tea: ma perché vuoi fare tutto da sola? Tea ha risposto: per permettergli di uscire. Una risposta istintiva, che Sara naturalmente non ha capito. Sara non si è resa conto che offendeva la sensibilità di Tea e intralciava i suoi ritmi, e che quindi costituiva solo un problema. Le avevamo chiesto di rendersi disponibile a stare nei dintorni al momento del parto, e lei ha voluto avere un ruolo centrale. Tea ha cercato di mediare, ma aveva ragione Tsuda: le mediazioni sono una impostura buona per i rapporti sociali.         Naturalmente noi ci facciamo la figura dei bizzarri, dei mistici, degli sclerotici, e qualunque altra cosa gli altri vogliano vederci. Ma qualunque cosa succederà, non potremo dimenticare la splendida sensazione di essere tornati a noi tre e alla nostra storia, senza che nessuno possa dirci, per una volta, che cosa è che si fa e cosa no. Che meraviglia!

29 Dicembre

Eccoci qua, in una specie di terra di nessuno. Ogni giorno può essere buono, e noi ce li viviamo pigrottando nei dintorni, in modo da poter essere a casa nel giro di un paio d’ore. Il 24 ero al mercato, e verso le dieci sono tornato a casa a piedi, tanto per dare un saluto a piedi. E così ho visto passando un “affittasi” di un bel magazzino, ce lo siamo andati a guardare e ora siamo in contatto con la proprietà.

E’ una terra di nessuno perché secondo le tabelline ginecologiche il termine è scaduto, mentre io avevo pronosticato il 4 Gennaio. Naturalmente mi hanno preso abbondantemente in giro, come quando in Aprile avevo detto che era un maschio. Così era cominciato un gioco, e ora che Dicembre sta finendo il gioco si sta facendo più divertente, perché Tea, Ondine, Gino cominciano a dirsi: ma non è che quel fetido (sarei io) magari ci ha pure ragione? E naturalmente io faccio un po’ il santone, finché sono in tempo!

Tea inoltre comincia ad essere impaziente, vorrebbe che nascesse per non pensarci più. Per fortuna in questo momento siamo preoccupati per la nuova legislazione fiscale, che nel nostro caso è proprio una disgrazia, non solo perché ci provoca ulteriori problemi economici, ma anche perché ci obbligherà a impostare il lavoro in modo molto antipatico per noi. E’ davvero soffocante avere la sensazione che puoi sempre meno comportarti come ti pare. O che per farlo devi sobbarcarti di un sacco di noie, perché le amministrazioni “presumono” che se fai qualcosa tu la debba fare in un certo modo e non in altri. Vien propria voglia di andarsene in posti più selvaggi.  

5 Gennaio

Il 3 mattina ci siamo svegliati verso le quattro e Tea ha avuto le prime contrazioni. Le prime dolorose, come delle coliche renali, le successive meno, ogni dieci minuti. Tea ha visualizzato il dolore come la cresta di un’onda, se ci rimane a cavallo e si fa portare sono anche piacevoli. La contrazione parte dalla terza/quarta lombare e si diffonde verso il ventre, per poi andarsene.

Verso le dieci Tea ha avuto delle micro perdite di sangue. Di fronte al sangue Tea si preoccupa, e così ha telefonato a Pascal, che ora sta vicino ad Avignone, con le sue quattro figlie avute tutte in casa col solo aiuto di Laurent, il suo uomo. Dopo le telefonate Tea si è tranquillizzata, le perdite sono normalissime. Sembrava anche a me, ma sentirselo dire da una plurimadre ha tutt’altro impatto.

Poi nel primo pomeriggio grande calma, e le contrazioni si sono fatte risentire verso le sei. La sera ci siamo addormentati.

A mezzanotte Tea si è svegliata con contrazioni molto forti, tanto che si è messa a passeggiare. Da allora non la hanno pù lasciata. Verso le undici di questa mattina si sono rotte le acque, e verso le cinque era proprio sfinita. Allora le ho detto che era inutile fare gli eroi: aveva voglia di risentire Sara perché venisse a fare un controllo alla situazione? Tea ha accettato. Sara è venita subito. Si è accorta che la testa del piccolo era quasi affacciata, e così le ha fatto fare delle spinte vigorose in posizione accovacciata mentre io la sostenevo da dietro. E Arturo è nato doo pochi minuti, ale cinque e mezzo.

Tea ha avuto una discreta lacerazione delle labbra della vagina, con una forte perdita di sangue. Sara ha ritenuto opportuno darle qualche punto. Ho fatto il bagno insieme al piccolo. Sostenendogli la nuca lui si è disteso, e si è addormentato di colpo, tanto  che mi è proprio dispiaciuto svegliarlo uscendo dal bagno.

Arturo è nato piccolo, sui due chili e mezzo. E meno male! Altrimenti Tea chissà che spacco si faceva.

Abbiamo analizzato la placenta. Era in pessime condizioni (inarti), e con l’attacco del cordone ombelicale molto di lato. Quindi la nutrizione è stata fin da subito appena sufficiente, e questo spiega il peso di Arturo. E spiega anche la difficoltà che Tea ha avuto nel partorirlo. La placenta non passava correttamente le sostanze che avrebbero dovuto dare ad Arturo la spinta a nascere. Così Tea ha dovuto fare tutto da sola, e solo una quindicina di giorni dopo il termine.

Insomma, alle otto e mezzo era tutto finito e Sara se ne è tornata a casa. Con la raccomandazione di tenere Arturo bene al caldo per qualche giorno, perché comunque è debolino e il freddo lo costringerebbe a consumare ancora molto.

Infatti mi sono svegliato un’ora fa perché Arturo, nella sua culla, protestava. Non capivo bene che cosa gli succedesse, allora dopo qualche tentativo l’ho preso e me lo sono messo contro a pancia in giù, in modo che respirasse meglio e avesse più caldo. Aveva le manine gelate, ma quando gli si sono scaldate è stato subito meglio. Tea dorme come piombo, forse ha un po’ di febbre. Le ho messo al seno il piccolo per vedere se voleva poppare, ma non era quello, era proprio il freddo. Freddo si fa per dire, in casa ci sono una ventina di gradi. Ora li ho lasciati l’uno contro l’altro, mi sembra bene. Io sono sveglio, ora sono le una e mezza del 6 e mi sembra del tutto naturale vegliare un po’.

7 Gennaio

Sono le 4 del mattino. Tea ha finalmente fatto pipì, e spero che questo sia l’inizio del decoagulamento. Tea infatti è sempre più dolorante. Ha mal di schiena come durante il parto, si sente tutta acciaccata e la ferita le faceva sempre più male, tanto che era assolutamente terrorizzata di fare pipì. Così da una parte non voleva bere, dall’altra si tratteneva. E questo non permetteva certo alle cose di scorrere.

In tutto questo dolore non riesce assolutamente a sentire se ha veramente voglia di alzarsi, e quindi teme di mancare il momento giusto del riassetto del bacino.

Arturo ha una fame micidiale e si attacca al capezzolo anche attraverso la camicia. Stringe forte la bocca con una tecnica a tenaglia da far invidia a un granchio, e quindi già ora i capezzoli dolgono sul serio. Sente enormemente le differenze di temperatura e anche il solo fatto di posarlo su un panno per cambiarlo lo manda in bestia. Tra lo stare sotto le coperte accanto a noi e stare mezzo nudo sul panno ci devono essere un buon 15 gradi di differenza, ma come si può fare?

Anche per fargli il bagno c’è lo stesso problema. Devo pur spogliarlo, e quindi si va a 20 gradi. Poi ci immergiamo, e si va di colpo verso i 40. Strillo da scannatoio. Poi se la gode, ma arriva inelluttuabile il momento di uscire dall’acqua, e zacchete di nuovo a 20. Questa volta l’ho avvolto nell’asciugamano direttamente sopra la vasca e me lo sono tenuto appiccicato al corpo il più possibile. La protesta è durata molto meno. Poi l’ho portato da Tea direttamente nell’asciugamano, senza pannolinarlo né niente. E’ andata meglio. Temevo di lasciarlo nell’umido dell’asciugamano, ma quando dopo gliel’ho tolto per vestirlo un po’, direttamente sotto le coperte, Arturo e asciugamano erano completamente asciutti.

Questo bagno ha avuto il delizioso sapore dell’illecito. Infatti Sara mi aveva detto di non farglielo per non bagnare il cordone ombelicale (rischio di infezioni).

9 gennaio

Ieri Tea ha avuto la montata lattea e Arturo ha cominciato a dormire di più e più profondamente. Così Tea può lasciarlo per qualche ora senza problemi. Perché Tea nel frattempo si è alzata. Dopo un 36 ore ha avvertito quel particolare desiderio di alzarsi che segnala la chiusura delle anche. Non le è stato facile sentire il momento esatto perchè aveva dolore alle lombari e alla vagina, ma così ad occhio direi che l’ha azzeccata piuttosto bene.

Arturo ora sente meno gli sbalzi di temperatura, ha preso forza, comincia ad essere preciso nel segnalare il pannolino sporco e se facciamo errori nel maneggiarlo. Anche su di un paio di errori con la luce è stato vivace. Il cordone ombelicale sta per cadere.

Insomma, mi torna alla mente quella frase di Tsuda quando ci diceva: un neonato può essere fonte di infiniti fastidi o di infinita ispirazione. Sta a voi su che versante stare. E allora mi sono deciso a fare quello che avevamo pensato di fare, cioè di mettergli come secondo il nome di Tsuda: Itsuo.

Spero che un giorno mi chiederà qualcosa su questo strano nome che si ritroverà, in modo che potrò rispondergli che è il nome del migliore amico che abbia mai avuto, e che è stato anche il migliore amico della sua infanzia, e mi auguro che questo susciterà in lui qualche curiosità. Questo nome è la migliore eredità che posso lasciargli, e dio solo sa quanto tutti noi avremmo desiderato averne anche noi una così.

13 Gennaio

Quando ho detto in giro che Arturo è nato in casa e che io ho “partecipato”, ci sono state reazioni e commenti.

1- Il parto naturale è considerato una categoria particolare di parto.

2- Il parto in casa è una stupidaggine, dato che è così comodo partorire in ospedale.

3- Il parto in casa è un parto rischioso.

4- Voler fare tutto da soli è un atto di presunzione e di credersi onnipotenti.

5- Essendo rischioso non è un atto d’amore nei confronti del figlio.

6- Il fatto che l’uomo partecipi è l’ennesimo sopruso maschilista in quanto atto di potere nei confronti della donna.

7- E’ disumano che la donna soffra quando ormai si può evitarlo.

8- Il taglio cesareo permette una nascita più dolce.

9- Non va bene aspettare che il bambino nasca dopo i termini previsti dalle tabelle mediche.

  

5 Luglio

Arturo ha compiuto sei mesi. Ormai esce di casa. Sul suo seggiolino della bicicletta, ha imparato ad afferrare saldamente il manubrio ed affronta le curve inclinandosi come un vecchio motociclista.

Ha dei tempi di veglia precisissimi. Fa il pieno di sensazioni ed esperienze, e poi ci dorme sopra. Quando si sveglia le ha digerite, inglobate, ed è più grande, pronto a nuove avventure. Cresce in questa alternanza di conscio e inconscio, ora dopo ora.

Gli piace la compagnia umana, predilige le femmine. Può stare molto da solo, allenando il proprio corpo ad assumere posizioni nuove, guardandoselo e prendendone conoscenza.

Gli piace assaggiare cibi nuovi, anche se alcuni non li digerisce affatto e li elimina esattamente come li ha ingeriti. Morde e succhia la carne spappolandola, avventandocisi sopra con entusiasmo.

La luce intensa e i rumori secchi lo infastidiscono ancora molto ed è sensibilissimo alla velocità di approccio e al modo in cui viene spostato. Il cambio del pannolino è sempre stato un avvenimento speciale, in cui i vari movimenti che compongono l’operazione seguono il suo ritmo respiratorio, in una fusione dinamica che gli risulta tanto gradevole da provocare il riso e un intenso piacere.

A parte i primi giorni in cui ha dovuto abituarsi alla nuova alimentazione e lo stomaco ha iniziato la sua attività, non ha avuto nessun tipo di disturbo. Quando ha cominciato a muoversi con nuova forza nella muscolatura, è cascato qualche volta da poltrone e divani, ma solo un paio di volte ha mostrato di non avere gradito affatto, perché la velocità di caduta lo ha sorpreso. Non si è mai fatto male.

Non ha mai avuto bisogno di yuki. Vivendo con lui in tempo reale non c’è mai bisogno di riparare ad errori, di correggere a posteriori. Vivere così è terribilmente gradevole: il bisogno e il desiderio si manifestano e trovano soddisfazione. Se per cause di forza maggiore non è possibile, dopo la protesta pazienta.

Quando Arturo ha cominciato a farsi potenti biberonate di latte e miele e Tea non c’era, alle volte quando lui aveva fame il biberon non era pronto. E quindi Arturo manifestava un terribile disappunto. E così abbiamo imparato tutti e due. Io a sentire che in lui la fame si stava preparando, lui a riconoscere che io ero in ritardo ma che non era un problema. Così dopo un paio di volte riconosceva il biberon come oggetto d’uso e seguiva tranquillo l’operazione di riempirlo e portarlo a temperatura giusta. Sono convinto che se ne avesse la possibilità fisica ora potrebbe prepararsi il biberon da solo!

Ora si vede bene quanto sia stato importante che in questi mesi non sia stato forzato a subire shocs. Guarda il mondo con curiosità e senza apprensione alcuna. E’ nel suo centro e si espande gradualmente verso l’esterno inglobandolo. Ha salde radici nel suo essere e in quello che era prima di nascere. Non si sentono in lui strappi, buchi o smagliature. E’ un tipo davvero gradevole, molto dolce, preciso, attento e tollerante. Non dà nessun senso di ansia di doversi occupare di lui in qualche modo speciale, con la frustrazione di non essere mai all’altezza.

Né ci sembra di aver fatto alcun che di particolare. Certo, è nato in casa ed ha avuto un rapporto con i suoi genitori basato sulla respirazione, intuizione, fusione di sensibilità, in un’atmosfera di grande silenzio che ha permesso di cogliere sfumature sottili. Questo è sembrato molto particolare a chi ci ha frequentato un poco in questo periodo, ma non a noi che lo abbiamo vissuto come totalmente naturale.

Non so Tea, ma io sono completamente esterefatto della quantità di mostruose sciocchezze che saturano la testa della gente, che ormai sembra incapace di vedere cosa gli succede sotto il naso, preferendo macinare frasi fatte e immaginare. Alle prese coi neonati poi, sembra che gli adulti manifestino il massimo di delirante fantasia. Forse perché non esiste una vera possibilità di rimettere i piedi per terra, per mancanza di contraddittorio.

 Mi sembra che oggi nel campo della sensazione, dell’intuizione, dell’empatia, c’è uno zoccolo duro di idee sballate talmente potente da prevalere sulla mera partecipazione alla realtà.

Questa realtà, nel caso dei neonati, è palese, non è nascosta dietro la miriade di complicazioni che affliggono gli adulti. Un neonato è contento di vivere, la scontentezza la manifesta solo se ha fame, se è sporco, se è stanco, se è scomodo, se il suono, la luce, il movimento sono troppo forti o/e troppo veloci. Punto.

Non è difficile. Se non lo si intuisce subito, a imparare ci vuole ben poco, perché se sta male stai male anche tu, se sta bene stai bene anche tu. Un paio di sbagli ed è fatta, si impara subito.

              

              


 

scartabellando tra vecchie carte – 4 Aprile 1997 – respirare

dicembre 2, 2007

 

Non si può fare Seitai se la respirazione non è grande, forte, precisa, armoniosa. Tutti possiamo avere una respirazione così, è solo una questione di pratica. L’ambito in cui praticarla è solo questione di gusti.

E’ stata Rosvita che ha detto a Tea di andare a Corsico alla fine della lezione di Judo a conoscere Antonio, il segretario di un Comitato che organizza l’attività sportiva di quel Comune.

Rosvita ha praticato un periodo con noi. Fortemente emotiva, non aveva retto le dinamiche insite nel gruppo e aveva abbandonato, ma ci era rimasta amica. Lei, a sua volta, ci aveva conosciuto attraverso Ebe, che lavorava nello stesso Studio in cui Tea aveva fatto tirocinio come Architetto.

Ebe era venuta da me prima di farsi operare al ventre. In due mesi eravamo riusciti a ridurre della metà un lipoma grosso come un pugno che le premeva sulle tube, alleviandole l’intervento e permettendole un decorso postoperatorio estremamente rapido.

Rosvita conosceva Antonio, da poco in pensione, perché quest’ultimo dava saltuariamente un aiuto in officina a suo marito. Aveva così saputo che cercava qualche nuovo corso da lanciare a Corsico, e le era venuta in mente lo Shiatsu, in cui Tea si stava diplomando. Antonio legò subito con Tea, e non solo le propose di tenere i corsi, addirittura fissò un ciclo di sedute con lei, a cui andò con la massima regolarità insieme ad un’amica.Venne quindi al dojo, si guardò intorno e si informò sulla nostra attività.

Saputo che io insegnavo Pratica Respiratoria, gli venne l’idea che sarebbe stato interessante organizzare un incontro con gli istruttori sportivi di Corsico. Lui stesso è una cintura nera di Judo, nessuno gli aveva mai insegnato una respirazione “corretta” e sapeva che l’argomento era ignoto a tutti.

Antonio ha un vero talento nel proporre e organizzare attività. E’ un vulcano di idee e non si lascia smontare da niente e da nessuno. Sfonda le porte a spallate, in maniera intelligente, e quando si è messo in testa qualcosa non c’è verso di farlo desistere. Non chiede collaborazione e non concorda preventivamente. Ti telefona con largo anticipo:– Allora è fissato per Domenica 23 alle 9,30 alla Palestra di Via Ratti. Ci vediamo lì.

E così fece con me, dopo avermi incontrato un giorno per vedere che faccia avevo. Mi trovai di fronte una trentina di persone, tra istruttori e loro allievi, e lavorammo insieme un paio d’ore. Spiegai loro che cosa intendevo per respirazione  e perché la ritenevo una cosa importante. Feci fare diversi esercizi per scendere nel concreto, e alla fine dell’incontro un gruppetto di partecipanti si dimostrò interessato a rivederci.

Tea intanto aveva cominciato a Corsico due corsi di Shiatsu, uno di mattina e uno di pomeriggio, e poiché si trovava bene dopo un paio di mesi venne anche a me voglia di tenere un corso di Pratica Respiratoria a Corsico. Contattato Antonio, mi rispose che per quell’anno scolastico non c’era più niente da fare, se ne sarebbe riparlato l’anno dopo. Poi gli venne in mente che potevamo organizzare da me un piccolo corso primaverile, sempre per istruttori, dopo la fine della stagione sciistica. Mi propose il Martedì sera o la Domenica mattina. Optai per il Martedì, avvertii altri interessati.

Quando tutto era combinato, Antonio mi fece sapere che il Martedì non andava più bene, io tenni lo stesso il corso e tutto sembrò finire così. Dopo qualche settimana di silenzio:– Allora è fissato per Domenica 18 alle 9,30 al dojo da te. Saremo in quattro per cinque volte.

E così arrivarono, sette cinture nere di Judo e una marrone. Feci loro praticare l’inchino fin a che non ottenni una coordinazione del respiro di tutti, e a quel punto mi tuffai:– Prendete il barattolo della marmellata che vi piace tanto sullo scaffale sopra la vostra testa e posatelo sul tavolo dietro di voi. Quando alzate il braccio inspirate, quando lo abbassate espirate. Così…

E loro lo fecero! Si sparpagliarono spontaneamente lungo le pareti del dojo, individuarono il loro scaffale e provarono, alle prese con inesistenti barattoli, scaffali e tavoli di cui il dojo si era improvvisamente riempito.

– Adesso un invidioso prepotente vi blocca il braccio per impedirvi di prendere la marmellata. Non badategli. Voi avete un desiderio tremendo di marmellata, niente può fermarvi. Quando alzate il braccio inspirate, quando lo abbassate espirate.

Ed eccoli mettersi a coppie per cercare di  impedirsi a vicenda di raggiungere lo scaffale. Uno dice:– Nutella!– Fantastico, faccio eco, siete in crisi di astinenza di nutella! Forza!

Il ghiaccio era rotto.  

 

taiheki

dicembre 1, 2007

Maggio 1994 

Negli anni 70 il Maestro Tsuda pronosticava per l’Italia l’avvento di un uomo forte. Mi è tornato in mente in questo periodo in cui abbiamo assistito ad avvenimenti politici davvero stupefacenti. Le osservazioni di Tsuda ovviamente non erano il prodotto di una disamina approfondita della situazione politica italiana, ma della sua osservazione del taiheki nazionale italiano.            

Ma che cosa è il taiheki?        

L’osservazione del taiheki obbliga noi occidentali ad una operazione preliminare di radicale cambiamento di modo di pensare, per cui è molto difficile scrivere qualcosa che possa suscitare interesse nel lettore, o che addirittura non lo irriti. Peccato, perché il taiheki è qualcosa di molto semplice, almeno a livello amatoriale. Basta uscire dal campo del razionalismo ed entrare in quello della sensibiltà individuale e subito si intuisce di cosa si tratta.

Se non posso farvi cambiare modo di pensare, per il semplice fatto che questo processo è come fare la pipì, cioè nessuno può farlo per qualcun altro, posso però informarvi sul taiheki.

Vi chiedo un po’ di pazienza, perché lo farò alla giapponese, delineando prima la situazione, poi i fatti, così come ne sono venuto a conoscenza.

Il Signor Noguchi Haruchika, nella sua storia di guaritore, rimase letteralmente incantato da un fenomeno affascinante: il raffreddore. Libero da sentimentalismi, per lui la malattia era solo una manifestazione organica appassionante. Acutissimo, infaticabile osservatore, Noguchi non riusciva a mettere a punto nessuna tecnica sicura per curare il raffreddore. I suoi sviluppi imprevedibili lo rendevano incomprensibile e incontrollabile. 

Se ho ben capito la modalità “o tutto o niente” che caratterizza personaggi come Noguchi, il suo impegno, sostenuto da una intuizione portentosa, dovette essere qualcosa di impressionante. Arrivò ad una prima constatazione. Le persone che passavano attraverso il raffreddore serenamente, cioè senza che il fenomeno si intorbidasse di psichismi perversi, dopo stavano meglio di prima, vivificate, ringiovanite.

Il raffreddore dunque aveva una qualità curativa? Pareva proprio di sì. Perfino la metastasi cancerosa retrocedeva dopo un buon raffreddore. Purtroppo non mi è dato sapere come si sente un uomo di fronte alle proprie grandi intuizioni e scoperte, ma solo a pensarci mi sento io tutto elettrizzato, figuriamoci lui. E con una cientela sterminata da poter osservare, con la sua stupefacente capacità di cogliere all’istante l’essenziale!

Ne nacque una casistica. Il raffreddore non aveva sviluppi casuali, aveva un percorso specifico a seconda dei singoli individui e della loro situazione momentanea. Passava per la testa, lo stomaco, i polmoni, i reni, i lombi. Perché?

Piano piano cominciò a prendere forma un affresco incredibile.Queste cinque parti del corpo “caratterizzavano” le persone. Una persona con uno stomaco forte e i polmoni deboli era infinitamente diversa da una con i reni deboli e la testa forte. Le conbinazioni erano infinite ma gli ingredienti erano quelli: testa, polmoni, stomaco, reni, lombi. Con due tendenze di fondo: una all’apatia e una all’eccitazione.

Noguchi poté così finalmente farsi una ragione del perché il raffreddore era così inafferrabile. Il raffreddore era il mezzo che l’organismo aveva a disposizione per ristabilire il proprio equilibrio quando le relazioni fra le sue parti si avviavano verso una situazione di disordine nocivo per il suo benessere. E non era infinitamente mutevole solo per questo, ma anche perché le persone, interpretandolo a seconda delle proprie credenze e paure, ne intralciavano in ogni modo il lavoro, rendendolo in certi casi addirittura pericoloso e perfino mortale. Già, perché corpo e mente sono una cosa sola, non dimentichiamocelo mai…

Ma Noguchi era assolutamente insaziabile, non era tipo da accontentarsi di nessun risultato, di nessuna scoperta, per quanto grande sembrasse, tanto che il suo testamento è stato che la ricerca continuasse oltre la durata della sua vita. La sua ricerca si focalizzò sulle cinque zone del corpo che si erano evidenziate, e cominciò con lo scoprire che c’era una corrispondenza tra esse e le cinque lombari; con varie diramazioni lungo la colonna vertebrale, ma il fulcro consisteva nello stato in cui si trovava ciascuna vertebra e dal loro reciproco allineamento.

Il corpo si atteggia e si muove, nel senso più ampio di questi verbi, sulla base di queste correlazioni. E’ quella che viene chiamata la sua postura, tipica di ciascun individuo in quel dato momento della sua vita.E infine, se mi è concesso storicizzare linearmente l’indefinibile precipitare dell’intuizione e della sensazione in certezza conoscitiva, Noguchi notò che la postura di ciascuno non era solo un dato fisico, ma che ad essa corrispondeva la peculiare sensibilità organica e psichica della persona in questione. 

Potremmo dire che a questo punto Noguchi aveva in mano una chiave di lettura del comportamento umano. Rimaneva solo da sapere quale fosse il ruolo dei cinque “elementi”, e tanto fece che li scoprì. Quando in una persona uno di questi elementi è predominante, cioè ne viene fatto istintivamente un uso maggiore, allora si può dire che in quella persona la sensibilità è orientata in un certo modo, e somiglierà in questo ad un’altra persona in cui il ruolo di quell’elemento è similare. Apparterrà, appunto, a quel dato Taiheki.

Non è questa la sede per entrare nei dettagli, ma un piccolo schema può darvi un’idea concreta di questa classificazione in “gruppi”, che Noguchi ha pregato di lasciare inalterata per ragioni di insegnamento e di chiarezza nella ricerca dopo la sua morte: 

TAIHEKI VERTEBRA CARATTERISTICHE
cerebrale prima lombare intelligenza
polmonare quinta lombare senso pratico
laterale seconda lombare sentimento
torsione terza lombare impulso all’azione
pelvico quarta lombare continuità

  Quando si sente dire: “Quel tipo mi sembra un polmonare”, chi fa questa osservazione intende dire, magari solo in prima approssimazione, che ha visto un comportamento tipico di quel gruppo, per esempio mangiare senza gustare il cibo, con un atteggiamento simile a chi fa il pieno di benzina in autostrada.

Ho conosciuto una Signora enormemente ricca i cui figli, da che hanno memoria, l’hanno sempre vista mangiare bistecca e insalata con assoluto disinteresse. Ricordando il fasto di quella tavola imbadita con lino, argenti, cristalli e splendide porcellane, cameriere in guanti bianchi, nonché una cucina più grande di casa mia, vederla mangiare così mentre a noi veniva servito tutt’altro faceva un curioso effetto.        

Il principio su cui si basa la classificazione taiheki, come abbiamo visto, è molto semplice. Purtroppo le cose più sono semplici più in realtà si rivelano complesse. In ogni individuo le cinque tipologie sono tutte presenti, ovviamente, combinate nelle più svariate maniere. Non solo. Le combinazioni variano nel tempo, una componente si smorza e un’altra si rafforza, per cui la persona che abbiamo conosciuto tre mesi fa e ci ha fatto tanta simpatia l’anno prossimo ci risulterà irritante.

Le combinazioni si alterano a seconda delle circostanze, per cui il nostro comportamento abituale salterà totalmente in una situazione che ci creerà una forte tensione, lasciandoci poi stupefatti di noi stessi.

“Studiare” il taiheki per me significa allenarsi ad entrare in empatia con una persona per conoscere il mondo della sua sensibilità, e prendere coscienza della “mappa” di questo mondo diverso dal mio. E’ uno “studio” così particolare che non possiamo affrontarlo con i nostri schemi mentali formatisi in almeno vent’anni di abitudine all’apprendimento prevalentemente mnemonico. Se tentiamo di razionalizzarlo studiandolo sistematicamente ci sfuggirà, inducendoci a denigrarlo. Se lo affrontiamo di petto per impossessarci di uno strumento lo stravolgeremo di sana pianta facendone una mostruosità.

Bisogna, prima, riprendere confidenza col mondo della sensazione. Cominciare a saper annusare un’atmosfera, avvertire i movimenti del Ki con naturalezza, riconoscere al volo il manifestarsi della spontaneità. Tutto questo recupero avviene in se stessi e porta con sé lo spalancarsi di infinite nuove possibilità, tra cui quella di un apprendimento che penetra direttamente nell’inconscio e affiora al razionale solo quando serve. E’ arrivati a questo punto che il senso profondo del taiheki diventa inequivocabile e approfondirne la conoscenza è una semplice questione di attenzione sostenuta nel tempo. Se si vuole vedere non c’è che da guardare.  

Cosa farsene di questo benedetto taiheki?  Una risposta alla giapponese: quando ci sarete lo saprete. Troppo rude per noi, al limite della maleducazione. Tenendo conto che noi vogliamo sapere tutto prima di cominciare a impegnarci in qualcosa (anche questo rientra in varie tendenze taiheki), non mi rimane altro che raccontarvi qualche anedotto di che cosa me ne faccio io del taiheki, e poi i vostri processi inconsci faranno il resto, se le condizioni sono propizie. 

Nel momento in cui sto scrivendo, nostro figlio ha 16 mesi. Da 2 riesce a mantenersi in posizione eretta e ora cammina e corre, sale e scende le scale come può, dato che i gradini gli arrivano sopra il ginocchio. Ovvero le sue vertebre lombari si sono inarcate, la pianta dei piedi poggia tutta saldamente al suolo e la muscolatura è abbastanza forte per permettergli di stare diritto e conservare l’equilibrio. Quindi il suo corpo ormai si atteggia e si muove, cioè comincia a prendere una postura.

Da qualche tempo Tea, sua madre, mi chiede incuriosita di che taiheki è nostro figlio, e proprio in questi giorni comincio a farmene un’idea. E’ sicuramente in una fase di tendenza laterale. Tutto è cominciato tempo fa, quando notavo che per salire i gradini usava più spesso la gamba sinistra, e ora usa esclusivamente questa. Ho provato, aiutandolo, a fargli usare la destra. Dopo due gradini l’equilibrio gli va a pallino e letteralmente cede sulle gambe. A questo punto preferisce proseguire a gattoni, e se cedendo sulle gambe è la sinistra che gli rimane sotto il sedere si trova nell’impossibilità di muoversi, e protesta violentemente.

A guardare attentamente ha la muscolatura della gamba sinistra più sviluppata, quindi questa è più pesante e lui tende istintivamente ad appoggiarsi di più a sinistra, dato che gli dà più sicurezza. Ho cercato conferma di questo osservando l’usura delle sue scarpe. Effettivamente la suola sinistra è più consumata, specialmente sul lato esterno.

Ci sono ovviamente anche altri indizi. Quelli sul piano alimentare sono proprio gustosi. Ha sempre assaggiato tutto con curiosità. A due mesi si succhiava un brandello di carne di agnello, a tre gli piaceva il vino e la birra. Verso l’anno l’allattamento al seno è cessato con estrema naturalezza e reciproca soddisfazione, e i biberon di latte vaccino da solo o con miele o nutella sono andati alla grande, con un graduale maggior inserimento dei cibi più svariati, praticamente tutto quello che mangiavamo noi.

Ma quello che mi colpisce ancora di più è il suo modo di mangiare. E’ un conviviale. Stamattina andiamo in cucina a fare la prima colazione, cioè gli preparo un biberon. Siamo entrambi in piedi, io che traffico tra frigo e fornelli, lui indagando sui misteri celati nelle oscure profondità del forno chiuso. Metto il biberon sul tavolo in modo che lui possa afferrrarlo e strafogarsi a piacere, ma la sua reazione è di netto rifiuto. Quando rifiuta non fa l’indifferente, ma una sceneggiata della madonna.

Eppuro io so che ha fame e il suo rifiuto non mi significa niente. Allora lascio il biberon sul tavolo, mi ci siedo vicino e invito Arturo a sedere sulle mie gambe. Lui accetta, prende il biberon mettendosi comodo e se lo tracanna. Afferrato il messaggio? “Questi spuntini in piedi all’americana mordi e fuggi sai dove te li metti?…”

Così stasera ho voluto sincerarmi di tutta una serie di segnali che qualcosa in me ha comunque recepito e impilato da qualche parte in attesa di metterci un po’ d’ordine.        

Ore 19.45. Di ritorno dal negozio ci dirigiamo in cucina per far cuocere il pane. Mi siedo e me lo metto sulle ginocchia, chiacchiericciando di cose leggere, niente politica, niente situazione economica. Di fronte a noi un ciotolone con fusilli al ragù. Vago interesse per i suddetti. Prendo il ciotolone e glielo metto in grembo. Lui li guarda con qualche “ehmmm” e comincia a scegliere. Ne prende uno mezzo arrotolato, civettuolamente coricato di lato sul bordo e comincia a mangiare. Sempre scegliendo se ne sbacanta una ventina con estrema calma, intervallando le singole selezioni con commenti e osservazioni su tutto ciò su cui si sofferma.

Ore 20,15. Mentre occhieggio la cottura del pane, che lui ha perfettamente individuato e segue blandamente, cessa di intrattenersi con i fusilli e prende l’atteggiamente del “e ora che cosa propone lo chef?”. Metto a scaldare del latte mentre lui ispeziona il biberon vuoto e occhieggia la pentola sul fuoco.

Ore 20.25. Biberon tracannato a tre quarti, pace dei sensi. Io intanto ho finito una bottiglia di birra e tolgo il pane dal fuoco. Mio figlio esprime consenso per l’aspetto dorato del pane. Constatazione e commenti sulla sua temperatura. Mentre io tocco il pane e posso lasciare il polpastrello posato un paio di secondi prima di avvertire il forte calore, a lui basta avvicinare la mano a mezzo centimetro per ritirarla con calma e capire la situazione.

Ore 20.30. Soffio nella bottiglia di birra facendola risuonare, vecchio gioco da flautisti in erba. Successo totale. Arturo ci prova anche lui, ma più che altro tracanna le ultime gocce rimaste. Non riuscendoci, mi porge la bottiglia mettendomela con straordinaria precisione davanti alle labbra in modo che io possa soffiarci dentro con la giusta angolatura, in modo da ricavarne il suono. Risate, tentativi, esperimenti con altre bottiglie…

Ore 20, 45. Arturo toglie il coperchio al ciotolone, sceglie con non chalance tre o quattro fusilli e se li fa fuori, poi richiude. Momento di suspence. Io gli porgo il biberon e lui se lo finisce. Altri esperimenti con le bottiglie, con i loro tappi a vite

Ore 21. Dopo averlo cambiato con estrema calma giochicchiando con le sue scarpe nel bidè, lentamente ci avviciniamo alla culla con lui in collo, ve lo adagio, lo copro mentre lui si gira su un fianco. Quando spengo la luce è già addormentato.

E’ stata una serata bellissima. I sapori, gli intervalli tra una “portata” e l’altra, l’odore del pane che cuoceva, un po’ di intrattenimento con le bottiglie, in braccio a papà sperimentando cose nuove, curiose e divertenti. Tutto al ritmo giusto, una cena perfetta con sottofondo radiofonico non invasivo, una scena da manuale tra due innamorati in un bistrot del Quartier Latin.

Questo è il mondo del sentimento, dei tipi laterali. A tavola possono fare tutto, sedurre e combinare affari, guardare uno spettacolo di varietà e discutere di sincretismo religioso. Purché sia piacevole.Così, rendendosi conto del taiheki di Arturo, il dialogo con lui continua a rimanere facile, anche ora che il suo psichismo diventa più complesso e le modalità dei nostri rapporti con lui di quando era neonato stanno via via saltando.

Per esempio il suo modo si affrontare molte novità, tipico dei laterali, è il rifiuto, lo stesso atteggiamento di quando vuole fare le cose in un certo modo e non in un altro, come bere il biberon seduto e non in piedi. Non essendo altro che il manifestarsi del suo taiheki, questo rifiuto, che non capito è estremamente irritante, viene lasciato tranquillamente decantare in modo che dopo possa cominciare l’interesse per la novità, che può più o meno coinvolgere la sua attenzione, ma verso cui è comunque assolutamente disponibile. Vi immaginate la possibile varietà di guasti che provocheremmo in lui se ci facessimo bloccare dal primo rifiuto, magari commentando acidamente che questo ragazzino è proprio un rompiballe?

Se non fosse altro che per godersi i rapporti in famiglia, invece di saltarsi addosso stizzosamente magari per tutta la vita, varrebbe la pena spendere dieci anni di ricerca. Parafrasando Tsuda, la stessa situazione può essere fonte di infinite noie oppure di ispirazione. La differenza sta in ben poca cosa. 

Oltre che in famiglia, io uso la mia conoscenza del taiheki nel Seitai professionale. Mi è utilissimo. Un ciclo di riaggiustamenti consiste in media in una decina di incontri a cadenza settimanale.Ciò significa che una persona a me del tutto ignota si presenta da me denunciando un problema e io ho dieci occasioni per:

constatare se il problema denunciato è quello vero e non uno schermo

trovare il problema vero e le sue radici

sbarazzare il campo da ostacoli fisici e psichici superflui

entrare in sintonia con la persona

individuare il disordine posturale

individuare quali elementi ne sono responsabili e in che modo

riorientare la postura in modo che l’organismo si mobiliti per ristabilirsi spontaneamente.

Come vedete c’è un sacco da fare in poco tempo, e molte cose devono succedere. Il taiheki mi serve per comprendere presto e bene la situazione, malgrado il cliente. Non posso fidarmi di lui, esattamente come non posso fidarmi dei rifiuti di mio figlio.

Inoltre capita tutt’altro che raramente che i miei clienti mentano. Non lo fanno per ingannarmi, ovviamente. Solitamente nella prima infanzia, la menzogna diventa parte integrante dei meccanismi di sopravvivenza, quando la nostra sensibilità viene sistematicamente violentata, e poi rimane un fenomeno che si attiva automaticamente, anche verso se stessi.

Devo poter intuire la verità e regolarmi di conseguenza in completa autonomia, senza che il mio Ki venga intrappolato dalle astuzie del Ki del mio cliente.              


 

didattica

dicembre 1, 2007

SEITAI

 

 

“Una didattica impossibile”

 

 

    divieto assoluto di manipolare chicchessia, fino a che la sensazione non  si normalizza

 

 

    per prima cosa si pratica Katsugen Undo fino a che non si manifesta; contemporaneamente si impara yuki e aiki

  

    si impara a sincronizzarsi con la velocità biologia e la respirazione del partner e a lavorare nell’intervallo tra la sua espirazione e inspirazione

 

    non c’è nessuna divisione in corsi, gradualità e limite di tempo nell’apprendimento e nell’insegnamento; la pratica non è imposta, ma va da sé che non può che essere quotidiana

 

    la dimostrazione di una tecnica viene fatta una sola volta ogni 2/3 anni: solo chi è pronto può farla sua

 

    non esistono tecniche facili o difficili, ma solo tecniche perfette

 

    le tecniche si “rubano” e poi si dimenticano

 

    c’è un legame indissolubile tra evoluzione tecnica e normalizzazione del terreno

 

    questa prima fase della pratica può considerarsi “terminata” quando le tecniche cominciano a sbocciare spontaneamente in tempo reale

     questo, inoltre, è grosso modo il “momento giusto” di decidere se dedicare la vita al Seitai.

Il Vento di Noguchi Haruchika

dicembre 1, 2007

IL VENTO 

Muoversi è l’inizio. Benché senza forma, il vento muove tutto ciò che ha forma; e solo dal moto di ciò ha forma esso si percepisce.

Al sentirlo tutto comincia a vibrare. Ogni cosa alza la sua voce verso gli angoli più remoti del cielo e della terra. I bambù, l’acqua e i cardini degli usci gli fanno eco con le loro voci, la polvere si solleva, si agitano gli alberi, tremano le case e vibrano i pali dei lampioni.

Il cielo e la terra sono avvolti nel vento. 

Muoversi è l’inizio, ed è muovere ciò che ci circonda; se non risponde abbandonalo e prova oltre, se non c’è reazione prosegui. Finché la radice del moto non si sarà estinta, continuerà durevole il suo propagarsi all’infinito.

Questo è il vento.

Questa forza che il vento solleva esiste nel seno di tutti. Non ti perdere d’animo di fronte all’immobilità. Se dentro di te è latente il movimento esso si manifesterà, e ciò che tu avrai comunicato darà spinta a sua volta al moto in altri.

Ciascuno inizi a muoversi da solo, questo il primo passo.  

                           Haruchica Noguchi