taiheki

Maggio 1994 

Negli anni 70 il Maestro Tsuda pronosticava per l’Italia l’avvento di un uomo forte. Mi è tornato in mente in questo periodo in cui abbiamo assistito ad avvenimenti politici davvero stupefacenti. Le osservazioni di Tsuda ovviamente non erano il prodotto di una disamina approfondita della situazione politica italiana, ma della sua osservazione del taiheki nazionale italiano.            

Ma che cosa è il taiheki?        

L’osservazione del taiheki obbliga noi occidentali ad una operazione preliminare di radicale cambiamento di modo di pensare, per cui è molto difficile scrivere qualcosa che possa suscitare interesse nel lettore, o che addirittura non lo irriti. Peccato, perché il taiheki è qualcosa di molto semplice, almeno a livello amatoriale. Basta uscire dal campo del razionalismo ed entrare in quello della sensibiltà individuale e subito si intuisce di cosa si tratta.

Se non posso farvi cambiare modo di pensare, per il semplice fatto che questo processo è come fare la pipì, cioè nessuno può farlo per qualcun altro, posso però informarvi sul taiheki.

Vi chiedo un po’ di pazienza, perché lo farò alla giapponese, delineando prima la situazione, poi i fatti, così come ne sono venuto a conoscenza.

Il Signor Noguchi Haruchika, nella sua storia di guaritore, rimase letteralmente incantato da un fenomeno affascinante: il raffreddore. Libero da sentimentalismi, per lui la malattia era solo una manifestazione organica appassionante. Acutissimo, infaticabile osservatore, Noguchi non riusciva a mettere a punto nessuna tecnica sicura per curare il raffreddore. I suoi sviluppi imprevedibili lo rendevano incomprensibile e incontrollabile. 

Se ho ben capito la modalità “o tutto o niente” che caratterizza personaggi come Noguchi, il suo impegno, sostenuto da una intuizione portentosa, dovette essere qualcosa di impressionante. Arrivò ad una prima constatazione. Le persone che passavano attraverso il raffreddore serenamente, cioè senza che il fenomeno si intorbidasse di psichismi perversi, dopo stavano meglio di prima, vivificate, ringiovanite.

Il raffreddore dunque aveva una qualità curativa? Pareva proprio di sì. Perfino la metastasi cancerosa retrocedeva dopo un buon raffreddore. Purtroppo non mi è dato sapere come si sente un uomo di fronte alle proprie grandi intuizioni e scoperte, ma solo a pensarci mi sento io tutto elettrizzato, figuriamoci lui. E con una cientela sterminata da poter osservare, con la sua stupefacente capacità di cogliere all’istante l’essenziale!

Ne nacque una casistica. Il raffreddore non aveva sviluppi casuali, aveva un percorso specifico a seconda dei singoli individui e della loro situazione momentanea. Passava per la testa, lo stomaco, i polmoni, i reni, i lombi. Perché?

Piano piano cominciò a prendere forma un affresco incredibile.Queste cinque parti del corpo “caratterizzavano” le persone. Una persona con uno stomaco forte e i polmoni deboli era infinitamente diversa da una con i reni deboli e la testa forte. Le conbinazioni erano infinite ma gli ingredienti erano quelli: testa, polmoni, stomaco, reni, lombi. Con due tendenze di fondo: una all’apatia e una all’eccitazione.

Noguchi poté così finalmente farsi una ragione del perché il raffreddore era così inafferrabile. Il raffreddore era il mezzo che l’organismo aveva a disposizione per ristabilire il proprio equilibrio quando le relazioni fra le sue parti si avviavano verso una situazione di disordine nocivo per il suo benessere. E non era infinitamente mutevole solo per questo, ma anche perché le persone, interpretandolo a seconda delle proprie credenze e paure, ne intralciavano in ogni modo il lavoro, rendendolo in certi casi addirittura pericoloso e perfino mortale. Già, perché corpo e mente sono una cosa sola, non dimentichiamocelo mai…

Ma Noguchi era assolutamente insaziabile, non era tipo da accontentarsi di nessun risultato, di nessuna scoperta, per quanto grande sembrasse, tanto che il suo testamento è stato che la ricerca continuasse oltre la durata della sua vita. La sua ricerca si focalizzò sulle cinque zone del corpo che si erano evidenziate, e cominciò con lo scoprire che c’era una corrispondenza tra esse e le cinque lombari; con varie diramazioni lungo la colonna vertebrale, ma il fulcro consisteva nello stato in cui si trovava ciascuna vertebra e dal loro reciproco allineamento.

Il corpo si atteggia e si muove, nel senso più ampio di questi verbi, sulla base di queste correlazioni. E’ quella che viene chiamata la sua postura, tipica di ciascun individuo in quel dato momento della sua vita.E infine, se mi è concesso storicizzare linearmente l’indefinibile precipitare dell’intuizione e della sensazione in certezza conoscitiva, Noguchi notò che la postura di ciascuno non era solo un dato fisico, ma che ad essa corrispondeva la peculiare sensibilità organica e psichica della persona in questione. 

Potremmo dire che a questo punto Noguchi aveva in mano una chiave di lettura del comportamento umano. Rimaneva solo da sapere quale fosse il ruolo dei cinque “elementi”, e tanto fece che li scoprì. Quando in una persona uno di questi elementi è predominante, cioè ne viene fatto istintivamente un uso maggiore, allora si può dire che in quella persona la sensibilità è orientata in un certo modo, e somiglierà in questo ad un’altra persona in cui il ruolo di quell’elemento è similare. Apparterrà, appunto, a quel dato Taiheki.

Non è questa la sede per entrare nei dettagli, ma un piccolo schema può darvi un’idea concreta di questa classificazione in “gruppi”, che Noguchi ha pregato di lasciare inalterata per ragioni di insegnamento e di chiarezza nella ricerca dopo la sua morte: 

TAIHEKI VERTEBRA CARATTERISTICHE
cerebrale prima lombare intelligenza
polmonare quinta lombare senso pratico
laterale seconda lombare sentimento
torsione terza lombare impulso all’azione
pelvico quarta lombare continuità

  Quando si sente dire: “Quel tipo mi sembra un polmonare”, chi fa questa osservazione intende dire, magari solo in prima approssimazione, che ha visto un comportamento tipico di quel gruppo, per esempio mangiare senza gustare il cibo, con un atteggiamento simile a chi fa il pieno di benzina in autostrada.

Ho conosciuto una Signora enormemente ricca i cui figli, da che hanno memoria, l’hanno sempre vista mangiare bistecca e insalata con assoluto disinteresse. Ricordando il fasto di quella tavola imbadita con lino, argenti, cristalli e splendide porcellane, cameriere in guanti bianchi, nonché una cucina più grande di casa mia, vederla mangiare così mentre a noi veniva servito tutt’altro faceva un curioso effetto.        

Il principio su cui si basa la classificazione taiheki, come abbiamo visto, è molto semplice. Purtroppo le cose più sono semplici più in realtà si rivelano complesse. In ogni individuo le cinque tipologie sono tutte presenti, ovviamente, combinate nelle più svariate maniere. Non solo. Le combinazioni variano nel tempo, una componente si smorza e un’altra si rafforza, per cui la persona che abbiamo conosciuto tre mesi fa e ci ha fatto tanta simpatia l’anno prossimo ci risulterà irritante.

Le combinazioni si alterano a seconda delle circostanze, per cui il nostro comportamento abituale salterà totalmente in una situazione che ci creerà una forte tensione, lasciandoci poi stupefatti di noi stessi.

“Studiare” il taiheki per me significa allenarsi ad entrare in empatia con una persona per conoscere il mondo della sua sensibilità, e prendere coscienza della “mappa” di questo mondo diverso dal mio. E’ uno “studio” così particolare che non possiamo affrontarlo con i nostri schemi mentali formatisi in almeno vent’anni di abitudine all’apprendimento prevalentemente mnemonico. Se tentiamo di razionalizzarlo studiandolo sistematicamente ci sfuggirà, inducendoci a denigrarlo. Se lo affrontiamo di petto per impossessarci di uno strumento lo stravolgeremo di sana pianta facendone una mostruosità.

Bisogna, prima, riprendere confidenza col mondo della sensazione. Cominciare a saper annusare un’atmosfera, avvertire i movimenti del Ki con naturalezza, riconoscere al volo il manifestarsi della spontaneità. Tutto questo recupero avviene in se stessi e porta con sé lo spalancarsi di infinite nuove possibilità, tra cui quella di un apprendimento che penetra direttamente nell’inconscio e affiora al razionale solo quando serve. E’ arrivati a questo punto che il senso profondo del taiheki diventa inequivocabile e approfondirne la conoscenza è una semplice questione di attenzione sostenuta nel tempo. Se si vuole vedere non c’è che da guardare.  

Cosa farsene di questo benedetto taiheki?  Una risposta alla giapponese: quando ci sarete lo saprete. Troppo rude per noi, al limite della maleducazione. Tenendo conto che noi vogliamo sapere tutto prima di cominciare a impegnarci in qualcosa (anche questo rientra in varie tendenze taiheki), non mi rimane altro che raccontarvi qualche anedotto di che cosa me ne faccio io del taiheki, e poi i vostri processi inconsci faranno il resto, se le condizioni sono propizie. 

Nel momento in cui sto scrivendo, nostro figlio ha 16 mesi. Da 2 riesce a mantenersi in posizione eretta e ora cammina e corre, sale e scende le scale come può, dato che i gradini gli arrivano sopra il ginocchio. Ovvero le sue vertebre lombari si sono inarcate, la pianta dei piedi poggia tutta saldamente al suolo e la muscolatura è abbastanza forte per permettergli di stare diritto e conservare l’equilibrio. Quindi il suo corpo ormai si atteggia e si muove, cioè comincia a prendere una postura.

Da qualche tempo Tea, sua madre, mi chiede incuriosita di che taiheki è nostro figlio, e proprio in questi giorni comincio a farmene un’idea. E’ sicuramente in una fase di tendenza laterale. Tutto è cominciato tempo fa, quando notavo che per salire i gradini usava più spesso la gamba sinistra, e ora usa esclusivamente questa. Ho provato, aiutandolo, a fargli usare la destra. Dopo due gradini l’equilibrio gli va a pallino e letteralmente cede sulle gambe. A questo punto preferisce proseguire a gattoni, e se cedendo sulle gambe è la sinistra che gli rimane sotto il sedere si trova nell’impossibilità di muoversi, e protesta violentemente.

A guardare attentamente ha la muscolatura della gamba sinistra più sviluppata, quindi questa è più pesante e lui tende istintivamente ad appoggiarsi di più a sinistra, dato che gli dà più sicurezza. Ho cercato conferma di questo osservando l’usura delle sue scarpe. Effettivamente la suola sinistra è più consumata, specialmente sul lato esterno.

Ci sono ovviamente anche altri indizi. Quelli sul piano alimentare sono proprio gustosi. Ha sempre assaggiato tutto con curiosità. A due mesi si succhiava un brandello di carne di agnello, a tre gli piaceva il vino e la birra. Verso l’anno l’allattamento al seno è cessato con estrema naturalezza e reciproca soddisfazione, e i biberon di latte vaccino da solo o con miele o nutella sono andati alla grande, con un graduale maggior inserimento dei cibi più svariati, praticamente tutto quello che mangiavamo noi.

Ma quello che mi colpisce ancora di più è il suo modo di mangiare. E’ un conviviale. Stamattina andiamo in cucina a fare la prima colazione, cioè gli preparo un biberon. Siamo entrambi in piedi, io che traffico tra frigo e fornelli, lui indagando sui misteri celati nelle oscure profondità del forno chiuso. Metto il biberon sul tavolo in modo che lui possa afferrrarlo e strafogarsi a piacere, ma la sua reazione è di netto rifiuto. Quando rifiuta non fa l’indifferente, ma una sceneggiata della madonna.

Eppuro io so che ha fame e il suo rifiuto non mi significa niente. Allora lascio il biberon sul tavolo, mi ci siedo vicino e invito Arturo a sedere sulle mie gambe. Lui accetta, prende il biberon mettendosi comodo e se lo tracanna. Afferrato il messaggio? “Questi spuntini in piedi all’americana mordi e fuggi sai dove te li metti?…”

Così stasera ho voluto sincerarmi di tutta una serie di segnali che qualcosa in me ha comunque recepito e impilato da qualche parte in attesa di metterci un po’ d’ordine.        

Ore 19.45. Di ritorno dal negozio ci dirigiamo in cucina per far cuocere il pane. Mi siedo e me lo metto sulle ginocchia, chiacchiericciando di cose leggere, niente politica, niente situazione economica. Di fronte a noi un ciotolone con fusilli al ragù. Vago interesse per i suddetti. Prendo il ciotolone e glielo metto in grembo. Lui li guarda con qualche “ehmmm” e comincia a scegliere. Ne prende uno mezzo arrotolato, civettuolamente coricato di lato sul bordo e comincia a mangiare. Sempre scegliendo se ne sbacanta una ventina con estrema calma, intervallando le singole selezioni con commenti e osservazioni su tutto ciò su cui si sofferma.

Ore 20,15. Mentre occhieggio la cottura del pane, che lui ha perfettamente individuato e segue blandamente, cessa di intrattenersi con i fusilli e prende l’atteggiamente del “e ora che cosa propone lo chef?”. Metto a scaldare del latte mentre lui ispeziona il biberon vuoto e occhieggia la pentola sul fuoco.

Ore 20.25. Biberon tracannato a tre quarti, pace dei sensi. Io intanto ho finito una bottiglia di birra e tolgo il pane dal fuoco. Mio figlio esprime consenso per l’aspetto dorato del pane. Constatazione e commenti sulla sua temperatura. Mentre io tocco il pane e posso lasciare il polpastrello posato un paio di secondi prima di avvertire il forte calore, a lui basta avvicinare la mano a mezzo centimetro per ritirarla con calma e capire la situazione.

Ore 20.30. Soffio nella bottiglia di birra facendola risuonare, vecchio gioco da flautisti in erba. Successo totale. Arturo ci prova anche lui, ma più che altro tracanna le ultime gocce rimaste. Non riuscendoci, mi porge la bottiglia mettendomela con straordinaria precisione davanti alle labbra in modo che io possa soffiarci dentro con la giusta angolatura, in modo da ricavarne il suono. Risate, tentativi, esperimenti con altre bottiglie…

Ore 20, 45. Arturo toglie il coperchio al ciotolone, sceglie con non chalance tre o quattro fusilli e se li fa fuori, poi richiude. Momento di suspence. Io gli porgo il biberon e lui se lo finisce. Altri esperimenti con le bottiglie, con i loro tappi a vite

Ore 21. Dopo averlo cambiato con estrema calma giochicchiando con le sue scarpe nel bidè, lentamente ci avviciniamo alla culla con lui in collo, ve lo adagio, lo copro mentre lui si gira su un fianco. Quando spengo la luce è già addormentato.

E’ stata una serata bellissima. I sapori, gli intervalli tra una “portata” e l’altra, l’odore del pane che cuoceva, un po’ di intrattenimento con le bottiglie, in braccio a papà sperimentando cose nuove, curiose e divertenti. Tutto al ritmo giusto, una cena perfetta con sottofondo radiofonico non invasivo, una scena da manuale tra due innamorati in un bistrot del Quartier Latin.

Questo è il mondo del sentimento, dei tipi laterali. A tavola possono fare tutto, sedurre e combinare affari, guardare uno spettacolo di varietà e discutere di sincretismo religioso. Purché sia piacevole.Così, rendendosi conto del taiheki di Arturo, il dialogo con lui continua a rimanere facile, anche ora che il suo psichismo diventa più complesso e le modalità dei nostri rapporti con lui di quando era neonato stanno via via saltando.

Per esempio il suo modo si affrontare molte novità, tipico dei laterali, è il rifiuto, lo stesso atteggiamento di quando vuole fare le cose in un certo modo e non in un altro, come bere il biberon seduto e non in piedi. Non essendo altro che il manifestarsi del suo taiheki, questo rifiuto, che non capito è estremamente irritante, viene lasciato tranquillamente decantare in modo che dopo possa cominciare l’interesse per la novità, che può più o meno coinvolgere la sua attenzione, ma verso cui è comunque assolutamente disponibile. Vi immaginate la possibile varietà di guasti che provocheremmo in lui se ci facessimo bloccare dal primo rifiuto, magari commentando acidamente che questo ragazzino è proprio un rompiballe?

Se non fosse altro che per godersi i rapporti in famiglia, invece di saltarsi addosso stizzosamente magari per tutta la vita, varrebbe la pena spendere dieci anni di ricerca. Parafrasando Tsuda, la stessa situazione può essere fonte di infinite noie oppure di ispirazione. La differenza sta in ben poca cosa. 

Oltre che in famiglia, io uso la mia conoscenza del taiheki nel Seitai professionale. Mi è utilissimo. Un ciclo di riaggiustamenti consiste in media in una decina di incontri a cadenza settimanale.Ciò significa che una persona a me del tutto ignota si presenta da me denunciando un problema e io ho dieci occasioni per:

constatare se il problema denunciato è quello vero e non uno schermo

trovare il problema vero e le sue radici

sbarazzare il campo da ostacoli fisici e psichici superflui

entrare in sintonia con la persona

individuare il disordine posturale

individuare quali elementi ne sono responsabili e in che modo

riorientare la postura in modo che l’organismo si mobiliti per ristabilirsi spontaneamente.

Come vedete c’è un sacco da fare in poco tempo, e molte cose devono succedere. Il taiheki mi serve per comprendere presto e bene la situazione, malgrado il cliente. Non posso fidarmi di lui, esattamente come non posso fidarmi dei rifiuti di mio figlio.

Inoltre capita tutt’altro che raramente che i miei clienti mentano. Non lo fanno per ingannarmi, ovviamente. Solitamente nella prima infanzia, la menzogna diventa parte integrante dei meccanismi di sopravvivenza, quando la nostra sensibilità viene sistematicamente violentata, e poi rimane un fenomeno che si attiva automaticamente, anche verso se stessi.

Devo poter intuire la verità e regolarmi di conseguenza in completa autonomia, senza che il mio Ki venga intrappolato dalle astuzie del Ki del mio cliente.              


 

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4 Risposte to “taiheki”

  1. Pasquale Says:

    Salve maestro 🙂
    Ci siamo sentiti per e-mail un pò di tempo fa…come va? Forse non si ricorda di me.. sono quello che ha caricato quel video di Tsuda sensei su youtube..
    Spesso mi metto a leggere il suo sito, perchè è veramente interessante 🙂
    Mi è venuta una curiosità…In questa pagina di quale politico si tratta?
    Semplice curiosità 🙂
    A proposito, ho caricato un altro bel video a colori del maestro Tsuda…girato nella stessa occasione

    Grazie 🙂

    Saluti!

  2. itanlian Says:

    chi si era affacciato alla ribalta politica agli inizi degli anni 90?

    Tsuda Sensei era venuto in Italia solo un paio di volte negli 70 e gli era bastato per farsi una idea precisa del taiheki nazionale – benedettuomo… quanto ci manchi …

  3. Pasquale Says:

    Ho capito 🙂
    Avrei voluto conscerlo anche io…
    Grazie per la risposta

  4. Alberto Guccione Says:

    Buongiorno Giuseppe, bell’articolo, interessante. Il taiheki italiano? Laterale (ne sappiamo qualcosa!) Tanti saluti da seitai-italia.

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