messo alla prova, forse… – 1991

ITINERARI CURATIVI

1/10/91

E’ stata un’annata di quelle toste. Il mio giro di boa, come lo chiamo io, ovvero la svolta dei quarant’anni, si fa in acque difficili. Il mio compianto Maestro sarebbe tutto contento: niente di meglio che sentirsi all’angolo per tirar fuori le proprie potenzialità.

Guardare se stessi e gli altri come ci traiamo d’impaccio di fronte alle difficoltà è un momento particolarmente favorevole per osservare il taiheki. Il taiheki è, in sintesi parziale, la polarizzazione dell’energia in un individuo in un dato momento, tenendo conto che l’individuo è un insieme perennemente dinamico in ininterrotta relazione col suo ambiente. Questa polarizzazione lo fa agire e reagire al di là delle sue intenzioni coscienti, determinandone il comportamento.

Qui riporto il mio comportamento e i miei pensieri di fronte ad un problema totalmente nuovo per me: una limitazione fisica alla mia autonomia. Il dato del mio taiheki che mi ha colpito di più è l’irragionevolezza del mio percorso attraverso molte possibilità di rimedi ragionevoli e sperimentati.

La riflessione più importante su tutta la vicenda , rivisitata con calma dopo i momenti cruciali, è sulla relatività dei rapporti di causa-effetto. Cronologicamente parlando, un incidente mi ha causato un danno alla colonna vertebrale che mi ha messo in una posizione di stallo. Ma a guardar bene, è lo stallo che è arrivato per prima, poi il danno, solo in extremis l’incidente. Il rapporto invertito tra tre questi tre eventi non è una nuova catena di cause-effetti, ma un unico momento che ha dovuto, a causa della mia confusione e apatia, assumere forme e linguaggi diversi per farsi capire, e indurmi ad agire.

C’è anche un elemento più misterioso, forse: persone e avvenimenti a me del tutto estranei hanno collaborato al buon andamento della mia storia, dovrei dire quasi mio malgrado. Un boccone duro da digerire per la mia povera testa.

Primo giorno 16/07/91

– Dottore, allora quando mi operate?

– Non si sa, caro Signore, non glielo posso proprio dire.

– Ma io avrei bisogno di sapere per regolarmi e fare dei programmi.

– Glielo ho già detto, non dipende da noi. Dipende dalle urgenze. oggi per esempio ne abbiamo due, e quindi oggi non possiamo operarla. Vedremo nel giro di qualche giorno che cosa succede.

E’ vero, me l’aveva detto: le urgenze passano avanti. Ma è anche vero che è stato lui ad insistere di farmi ricoverare ora. Comunque dopo 24 ore di noia mortale in corsia questo ragionevolissimo discorso comincia ad assumere un aspetto sinistro. Per quel che ne so io è facilmente ipotizzabile che per una popolazione di qualche cento mila abitanti ci possa essere ogni giorno qualche urgenza. E se ne bastano due per saturare per un giorno l’attività della sala operatoria di questo reparto…

Stamattina mi sono svegliato con le ossa rotte, il cervello impantanato. Non è frutto dei medicinali che mi hanno rifilato, quelli li ho buttati nel cestino.

– Ha preso la terapia?

– Che cosa ho preso ?!

– Sì, le sue pillole insomma.

– No. Che cosa sono?

– Una pillola di Cak e una di Piph.

– A che cosa servono?

– Il Cak è un disinfiammante (parola grossa, poi è risultato essere un qualunque antidolorofico), il Piph è un gastroprotettore.

– Ah, bene, bene.

Poso le pillole con cura sull’armadietto, e poi le butto via, senza farmi vedere. Speriamo di poterlo fare anche dopo l’operazione, o che non mi prescrivano punture. Cerco di mimetizzarmi come posso, anche se una infermiera, dopo mezz’ora che ero entrato, mi guarda e fa:

– E lei, si metta in pigiama.

– Si, ho risposto sbadatamente, mi trucco subito.

Forse il non essere entrato su un lettino a rotelle, o per lo meno sorretto da un infermiere non è stato visto di buon occhio.

Dimenticavo di dire: questo è un reparto di neurochirurgia. Un nome davvero impressionante, del tutto strabordante i miei miseri problemucci di sciatica. Dei quattro che siamo in stanza, io sono certo il messo meglio.

Di fronte a me c’è un capitano di lungo corso che ha avuto un versamento al cervello. Non sta in piedi, o meglio non osa mettersi in piedi per timore di cascare. Deve essersi preso una paura micidiale. E’ otto giorni che se ne sta lì, sgranocchiando grissini.

Al mio fianco un anziano. Ha un’ernia del disco come me, ma evidentemente tra vertebre diverse, perché è immobilizzato, molto di più quando c’è personale ospedaliero in giro, meno quando si distrae. Lo devono operare, ma credo che non capiscano bene dove. Stamattina gli hanno prescritto una ulteriore radiografia, questa volta alle anche, per essere sicuri.

Il quarto degente è un adolescente imbronciatissimo, specialmente quando ci sono i genitori, ovverosia quasi sempre. E’ rasato in capo, con una cicatrice che dalla tempia destra gli scende con un bell’arco fin dietro l’orecchio. Ha un televisorino con cuffia e le mani occupate, la destra dentro un sacchetto di biscotti, la sinistra saldamente stretta intorno a un bicchierone di frutta. Aspetta di fare una angiografia, prima di essere definitivamente rilasciato, perché nel pomeriggio il termometro registra una insidiosa alterazione di temperatura: 37 e 2, 37 e 4. A me, solita malalingua, sembra il minimo per poter consumare tutte le calorie  che ingerisce senza andare di corpo, senza muoversi mai. (La stitichezza qui è un problema generale, materia di ampie dissertazioni, dotti consigli infermieristici, argomento di attualità per chi ha voglia di scambiare quattro parole. Una vera pacchia, insomma, come le condizioni del tempo e il governo ladro.)

– Allora guardi, ben che vada potremo operarla Venerdì.

Il dottore, gentile, si è informato. Oggi siamo a Martedì.

– Allora posso uscire e tornare Venerdì?

– No, non può uscire.

Mi sento in trappola.

Secondo giorno 17/07/91

Mi sono svegliato di umor nero, rimuginando di andarmene di qui se non mi danno una data precisa per l’operazione. L’altra soluzione è che mi lascino uscire dalla mattina alla sera. Roba da pazzi, mi sembra di essere tornato in collegio. E il bello è che sarebbe un mio “diritto” stare qui. Ho sempre avuto dei sospetti su questi benedetti diritti di cui ci vantiamo tanto.

Il mio vero diritto, tutto sommato rimane quello di scelta, almeno in questo caso. Un diritto da strappare con le unghie e con i denti perché basato sul diritto all’informazione. E l’informazione in questo caso arriva all’utenza con difficoltà. I medici partono dall’idea che tanto tu non ci capisci niente e loro hanno ben altro da fare che perdere tempo per spiegarti su cosa si basano per dire quello che dicono e che ti prescrivono di fare. Al massimo parlano davanti a te fra di loro.

Comunque, a forza di fare domande e non avere risposte, mi sono trovato di fronte a tre strade: farmi toglier questa ernia chirurgicamente, farmi un periodo di immobilità assumendo cortisone a chili, tenermi l’ernia facendo finta di niente.

Ho scartato subito i chili di cortisone. Questo medicinale dovrebbe ridurre di volume l’ernia e il nervo sciatico, in modo che possano convivere senza che il nervo sciatico sia eternamente compresso dall’ernia. Ma c’è qualcosa che non mi torna. Cosa se ne fa tutto il resto dell’organismo di questa micidiale sostanza capace di ridurre i tessuti umani?

La situazione è chiara: c’è un buco nella prima vertebra sacrale in cui alloggia la radice del nervo sciatico. Questo buco ora è invaso dal disco inter vertebrale, che si è schiacciato e si è riversato dove ha trovato spazio. C’è una tecnica di microchirurgia (una operazione al microscopio) per asportarlo, in modo da svuotale il buco. Nel mio caso è una operazione semplice, perché questo buco si raggiunge facilmente.

Ma che calvario arrivare in sala operatoria! Comunque la mia scelta è stata questa: un aiuto tecnico e poi lasciare che l’organismo faccia il resto.

La terza possibilità era decisamente più interessante: vedere se l’organismo ce la faceva da solo a sputare l’ernia, o a riassorbirla, o a disgregarla, o chi lo sa. La medicina mi ha escluso che questo possa succedere, le persone che hanno il mio problema da venti, trent’anni, anche. Ma “per me che faccio il Movimento Rigeneratore” potrebbe essere un’altra cosa, chi lo sa, è una bella occasione per andare ai limiti del “possibile” e magari oltre.

Non mi sono avventurato su questa strada, anche se da qualche mese la percorro volente o nolente, per impazienza e praticità: una scelta “intelligente”. Da una parte ho oggettivamente bisogno della mia schiena per lavorare, fare le mie cose. Dall’altra essere costretto continuamente dal dolore mi deprime. E avere l’impressione di non poter più lavorare getta un’ombra minacciosa sul futuro.

Mi sento assediato dalle tasse e dalle spese. Da quando ho ereditato ho problemi di denaro, ovvero il denaro è diventato un problema. Le uscite sono sicure, implacabili, le entrate calano con l’aumentare del dolore. E sono in rosso. Non faccio in tempo a guadagnare due lire che sono già all’ufficio postale o in banca a pagare, pagare, pagare…

Non ho più quella bella indifferenza che avevo nei confronti del denaro quando mi sentivo nel pieno delle mie facoltà. L’importante era avere un lavoro che mi piacesse, il lato economico si risolveva da sé. Ma ora che non posso spostare neanche un tatami che sento il mio corpo protestare violentemente, che durante gli stages devo prendermi un riposo tra una seduta e l’altra, mi sento un po’ spaventato, una sorta di oppressione che mi fa vedere le cose in nero, mi toglie il gusto di quello che sto facendo, e lo slancio che dà l’entusiasmo e la salute.

Pomeriggio

Seduto a un bar, in centro. Ho chiesto al dottore di poter uscire, lui ha detto di sì. Mi ha anche detto che per questa settimana niente da fare per l’operazione. Mi ha fatto firmare un permesso dalla capo infermiera, una donna stizzita che mi ha detto di tornare stasera il prima possibile. Le ho chiesto di dirmi lei l’ora prevista per il rientro. Non me lo voleva dire! Ho insistito e lei è sbottata: – torni verso le 7, 7 e 30! non vorrà mica tornare alle 9, non è mica un albergo questo!

Quante occhiatacce mi sono preso! Anche i miei compagni di camera mi guardano storto. Il capitano di lungo corso è da tre giorni completamente fuori pericolo ma si impunta ad avere una infermiera che lo sostenga per andare in bagno e che lo aspetti fuori dalla porta. Oggi gliel’hanno sbattuta in faccia l’orribile verità: – Lei ha finito qui!

– Beh, beh, vedremo, ha risposto lui con quel particolare sospiro fatalistico di chi sa quanto siano precipitosi i giovani.

L’anziano immobilizzato l’ho interrogato:

– Che cos’ha lei?

– Un’ernia del disco.

– Quale disco?

– Non so.

– Non sa quale disco? ho insistito io incredulo (noi esperti in dischi siamo molto esigenti nelle risposte)

– No, il professore non me l’ha detto; è un disco. Così ho la sciatica alla gamba sinistra.

– Solo la sinistra? (noi esperti in dischi non demordiamo mai)

– Si, e lei che cos’ha? mi ha rintuzzato.

– Sciatica alla destra.

– E riesce a camminare così… così… E’ sbottato incredulo e seccato.

– Certo, ho fatto io spietatamente.

Allora è intervenuto il comandante, con il suo viso lungo e dolce di chi ha girato gli oceani del mondo:

– Eh, dipende da come è infiammato il nervo, sempre con il suo sospiro fatale.

Li ho lasciati che si scambiavano il loro sdegno per il modo disgustoso in cui lavoravano le infermiere, queste prezzolate che se ne fregano, e perché non si riesce ad avere le mele cotte e i grissini pur avendo il diabete, e perché non sterilizzano i pappagalli e lasciano la porta del bagno aperta.

Questi due vanno molto d’accordo, sembra che fra i loro letti ci sia un filo di comunicazione permanente, come tra buongustai che assaporano gli errori del cuoco.

Sera

Eccomi dentro, accanto al grande portacenere sotto il cartello “vietato fumare”. Dovrei essere a letto, ma la luce da notte non funziona e così sono venuto a farmi una fumatina, dopo avere assistito al tramestio per coprire una luce da notte con un giornale tenuto in piedi da una bottiglia d’acqua minerale che però era troppo leggera essendo vuota e quindi è stata riempita. E’ stato un simpatico thrilling scatenato dal comandante (i cui occhi erano offesi dalla luce da notte), dall’anziano immobilizzato (sotto il cui letto è posta la luce da notte che colpiva gli occhi del comandante) e due infermiere anziane, chiamate appositamente dalla infermiera di turno, cui era stato denunciato il fattaccio, ma giovane e che non si sentiva all’altezza della situazione.

Il delicato problema amministrativo era: dato che nella stanza c’erano due lucine notturne per eventuali interventi di urgenza e che però una di esse pregiudicava il sonno di un degente, si poteva schermare una lucina con giornale e bottiglia, e se sì, di quanto, senza pregiudicare le operazioni di un intervento notturno d’urgenza? Un bel tramestio, con le infermiere carponi sotto il letto, guidate dai preziosi consigli (sopratono) dei due malati.

Io domani mattina me ne andrò di qui.

Il medico che mi aveva fatto fare l’elettromiografia, le radiografie del rachide, la TAC, e poi aveva mostrato il tutto ai suoi due colleghi di neurochirurgia (quelli che mi hanno fatto ricoverare per operarmi subito) se ne è andato in vacanza, dopo avermi affidato loro.

Questo pomeriggio ho scoperto che i due neurochirurghi sabato se ne andranno in vacanza anche loro, e chi li sostituirà sono dei giovani senza esperienza di sala operatoria. Si sono guardati bene dal dirmelo, l’ho saputo per puro caso dall’ortopedico sportivo sostenitore del cortisone a chili. e mi ha consigliato di alzare i tacchi. E’ pur sempre una operazione delicata, che va fatta da un esperto.

Mi chiedo come si diventa esperti. Forse d’estate quando gli esperti vanno in vacanza. Sarebbe carino da parte mia dare un’occasione a un giovane chirurgo di farsi la mano, ma il mio egoismo prevale. preferisco tenermi l’ernia. Lo spettacolo degli sfaceli fatti dal cortisone, l’approssimarsi dell’estate, tutto mi spinge verso la terza possibilità: cavarmela da solo.

Non riesco neanche a sapere se si può fare qualcosa a livello di Seitai. Ho telefonato alla vedova Tsuda per farmi dire qualcosa, ma lei ha detto che non si prendeva la responsabilità, così per telefono. Ho insistito:

– Non le chiedo di assumervi responsabilità, desidero solo sapere se la tecnica Seitai ha al suo arco qualche freccia per le ernie del disco.

La mia forse era una domanda mal posta, visto che il Seitai non si occupa di malattie, ma, eventualmente, solo di malati. Ma neanche del tutto stupida, visto che il Seitai conosce come nessun altro la colonna vertebrale.

Niente da fare. La Signora Tsuda mi ha detto di telefonare a Didier (il presidente del Dojo di Parigi). Ma Didier non è un tecnico Seitai, ho protestato intuendo lo scarica barile. Allora lei mi ha fatto una lunga disquisizione sul fatto che non conosceva abbastanza la mia schiena e ha concluso dicendomi di andare in ospedale, dove ci sono ottimi medici.

Rimane ancora il campo delle terapie alternative. Ma dato che a questo livello posso fare tranquillamente il terapeuta di me stesso, credo che non li interpellerò (ma no, non è vero, sono curioso come una scimmia).

Io sono un pigro. Non avevo propria voglia di dire come Noguchi: o ce la faccio, o lascio tutto. Ma adesso tanto vale che lo dica, così almeno ci faccio bella figura.

Terzo giorno 18/07/91

Questa mattina all 7 mi sono dimesso. Non ho neanche aspettato che arrivassero i medici. Mi sono complimentato con lo staff degli infermieri, in lotta non so bene per cosa. Erano tutti riuniti a grappolo nella stanzetta degli schedari a bersi un caffè, e mi sono sentito guardato come un marziano.

Erano anche un po’ piccati nei miei confronti.

– Eh, lo vedo che complimenti, ha detto un’infermiera, da come se la dà a gambe!

– Ma ci sono anche altre vicende in un ospedale. Voi siete bravi.

Dicendo così avevo in mente la diatriba che mi era stata riferita: il primario, che non opera più, non vuole che neanche i suoi chirurghi operino, se non lo stretto indispensabile. In caso di urgenza e necessità assoluta, appunto. Quindi in situazioni come la mia si procrastina fin che è possibile. Paura di perdere potere? Vien da pensarle proprio tutte. Ma quello staff di infermieri mi ha proprio colpito: brava gente, tra l’incudine e il martello.

Poi sono riuscito ad avere un appuntamento con il chiropratico che mi ha visto per primo. In dieci minuti, sfiorandomi la schiena con dita sensibili, mi aveva fatto una diagnosi esatta che l’apparato medico ha poi confermato, con le sue enormi e costosissime apparecchiature a raggi X, assistite da computer per l’elaborazione dei dati. Così ho chiuso il cerchio, in cui ho girato come l’asino di Buridano.

Sesto Giorno  21/07/1991

La mia vicenda ospedaliera ha avuto degli strascichi, difficilmente calcolabili. Mentre ero via sono stato attaccato perché ho deciso di operarmi. Pare che questo ingeneri confusione nelle persone a cui ho presentato il Movimento Rigeneratore. La lettera che segue, che mi aspettava al mio ritorno, rende bene il clima che si era creato. Non mi è nuovo, in altri dojo è già successo e non ha mai portato niente di buono. Un dojo è tale finché Ten Shin, il Cuore di Cielo Puro, non viene turbato intenzionalmente. Altrimenti diventa un salotto o una tribuna. E’ una questione di Ki. Poiché un dojo esiste solo grazie alla fusione del Ki dei praticanti, ma non ci sarebbero praticanti se in noi l’attitudine alla fusione fosse già normalmente presente, ecco che senza Ten Shin non varrebbe nemmeno la pena tentare di dedicare un luogo esclusivamente alla pratica. Ten Shin è probabilmente privilegio naturale dei semplici. Ma anche noi complicati non ne siamo esclusi, se impariamo a fare un po’ di silenzio interiore. Almeno nel dojo, tanto per cominciare…

Lettera del 17/07/91

“…stasera al Movimento eravamo solo tre, Ics, Ipsilon ed io. Aspettando abbiamo iniziato a parlare indovina un po’: di te, e poi degli ospedali. Ipsilon ci ha raccontato di come le abbiano tolto due ghiandole linfatiche per un presunto tumore rivelatosi poi un semplice graffio del gatto.

“Ics insisteva sulla responsabilità di ciascuno. Si sa che è così e allora bisogna premunirsi… mi innervosivo sempre più perché, perché almeno in apparenza non volevo che si parlasse prima di fare il Movimento, e poi che si parlasse di malattie e di responsabilità nel prendere decisioni relative alla propria integrità fisica…

“…Avevo già parlato con Zeta la quale mi aveva anticipato che c’era “aria di guerra” al dojo, nel senso che Ics aveva alcune considerazioni rispetto alla tua posizione e alla tua decisione di farti operare. Zeta non me ne aveva parlato specificatamente, si era limitata a parlarmi delle sue cose, sai che come te si era trovata direttamente coinvolta. Ed era clemente e considerava come priorità l’AUTONOMIA delle proprie decisioni. Diceva che aveva sentito delle durezze nei suoi confronti da parte tua allora quando tu la curavi -pardon- la aiutavi a normalizzarsi. E aggiungeva che era contenta che tu ti trovassi in questa condizione, non per spirito sadico, ma per provare l’essere direttamente coinvolti.

“Una cosa che mi ha molto colpito nel suo discorso, è che molto spesso, troppo, siamo vittima delle cose che facciamo, alludeva al movimento, e l’atteggiamento supera la sostanza, per cui si pensa di fare delle cose che… ed ecco partire in azione un filtro che non ti fa più sentire di essere un normale Tizio Caio o Sempronio e per giunta mortale!

“…Mentre  parlavo con Ics mi sono resa conto che ero molto delusa perché avevi deciso di operarti proprio tu baluardo del Movimento qui a Milano, paladino dei riaggiustamenti e accanito sostenitore delle non operazioni.

“Diceva Ics: – E’ qua che non va. Perché questa decisione? non è stata improvvisa. Ma perché ha voluto sapere, mettere il dito nella piaga? anche a farsi le radiografie e la TAC. Io, quando mi è successo, non ho voluto sapere niente. quando vuoi sapere – lo vuoi per qualcosa – per interpretare – per usarlo per un tuo alibi. Io dicevo:

– E’ sei mesi che non lavora. Ha perso ogni stimolo. E lui:

– Ma non credi che avrebbe speso comunque dei soldi per fare qualsiasi cosa. In casi come questo la difficoltà è oggettiva, quello che cambia è la strada che si sceglie! E poi lui ha delle responsabilità nei confronti della gente che fa il Movimento. Non si può predicare bene e razzolare male!…

“E mentre diceva queste cose l’agitazione si scatenava sempre più. Ho visto molto orgoglio nelle tue posizioni. Questa tua durezza che non è fermezza ma fissità. Potenza senza tatto e intempestività fuori portata e fuori tempo. Perché tagli quando c’è da usare il cucchiaio? Perché non chiedi quando hai bisogno? Perché non accetti quando sei in un momento di debolezza?

“- Se Giuseppe si fa operare alcune cose cambieranno, proseguiva Ics. …Deve essere rispettoso del suo lavoro e verso quelle persone che lo hanno seguito fino adesso.

“…Mentre parlavamo ci sono state come al solito in questi giorni  una raffica di telefonate… Tutti hanno partecipato a questa vicenda, ti prego di tenerne conto.”

Insomma, ecco la nuova dottrina: chi pratica da tanti anni non si rivolge alla medicina per risolvere i suoi problemi, deve sbrigarsela da solo, se no che senso ha praticare il Movimento Rigeneratore? Secondo loro questa pratica e la medicina sono in contrasto, bisogna scegliere, ed essere coerenti fino in fondo, specialmente chi presenta la pratica, altrimenti con i fatti si contraddicono le parole?

Può darsi che ci sia bisogno di punti di riferimento intellettuali netti per affidarsi a qualcosa di sconosciuto come una pratica, anche ad una pratica che si occupa di qualcosa di talmente elementare come l’approfondimento della respirazione. Non sono in grdo di giudicare. di quando io ho cominciato ricordo solo una sensazione di urgenza, di necessità, di sollievo. Oggi pratico senza neanche sapere bene cosa, né chiedermi il perché. quando me lo chiedono sono perso.

Vorrei comunque approfittare di quanto è successo per tentare di buttare giù qualche riga su quello che penso adesso che mi sono fatto un bel giro di ricognizione della salute e della medicina.

Prima però vorrei puntualizzare un paio di cose rispetto alla mia posizione di presentatore della pratica. Non faccio programmi né tengo relazioni da poter esibire come prova, ma comunque non ricordo davvero di aver mai parlato del Movimento Rigeneratore in termini di panacea universale, di polizza assicurativa, di tocca sana per il fisico e lo spirito, ma solo come allenamento del sistema involontario. Dopo alcuni anni di pratica posso solo testimoniare di averne tratto benefici straordinari in tutti i sensi, pensando allo squallore dei miei trent’anni. In base a questa esperienza so che è una pratica valida e mi fa piacere farla conoscere, ma non posso certo promettere nulla a quei pochi con cui vengo in contatto, e credo che loro ne siano consapevoli, se si può far fede alle seguenti cifre. Permanenza media al dojo: forse sei mesi. Anziani: nessuno. Numero dei praticanti regolari: una decina.

Non ricordo neanche di essermi mai schierato contro la medicina, di cui non so quasi niente. Comunque io rispetto la produzione dell’intelletto. Cerco solo di considerarla per quella che è, come qualcosa di relativo ai tempi, agli uomini che ne fanno uso, e guardo come le idee sono state digerite a livello dei grandi numeri e come evolvono.

Ho riferito le mie esperienze, questo sì, perché mi sono reso conto che spesso crediamo di sapere solo per il fatto di usare parole che sono sulla bocca di tutti. E invito chi mi capita sotto mano a non essere superficiale.

Non è un problema rilevante sapere solo per sentito dire che cosa sia l’astronomia o la matematica. Se si va da un astronomo con un problema gastronomico, l’equivoco è presto risolto. Ma se si va da un medico per un problema di salute, in realtà non sabbiamo bene neanche noi qual’è il problema, in realtà non sappiamo neanche se c’è davvero un problema, ed è qui che le cose cominciano a farsi delicate. Il raffreddore, per esempio, è un problema di salute? E la diarrea? O il problema sta solo nella nostra testa?

Il medico interpellato da noi non esprime solo un’opinione. Ci fa una diagnosi e ci prescrive un rimedio con tutto il peso della sua scienza. Quindi interviene direttamente e incisivamente nella nostra vita, dato che noi ci aspettiamo proprio questo da lui. A questo punto abbiamo un nome e una soluzione al nostro problema, ovvero i nostri pensieri vengono convogliati negli schemi di una particolare concezione di salute, una concezione generale che troppo spesso non tiene in nessun conto le situazioni dei singoli individui. Se questo è utile per avere un certificato da esibire, la contropartita è che ci cattura l’attenzione e ci etichetta, ovvero ci rende molto più difficile dare ascolto alla sensazione che noi abbiamo di noi stessi, proiettandoci in avventure pilotate da altri che niente sanno di noi. E, ovviamente, ci rende molto più difficile rimanere aperti all’imprevedibile, cioè alla quasi totalità del possibile. Questo è il rovescio della medaglia, di cui nessuno parla.

Così cerco ogni tanto di parlare di medicina, perché sulla medicina c’è uno stato di ipnosi generale, basata sul pensiero che è lei la specialista del nostro corpo, detentrice di un potere quasi magico. Quasi quasi ci cascano anche i medici stessi, come nella storiella che segue.

Una sera sono stato invitato a cena da una mia amica che non vedevo da quindici anni. Si è sposata con un medico che lavora nel campo dell'”alternativo”. Nella fattispecie questo Signore studiava la meditazione per i suoi benefici effetti, nel senso che registrava con certi apparecchi le onde cerebrali dei meditanti, inseriva i dati ottenuti in computer , ne faceva non so quale avanzatissimo studio con cui dimostrava, se ricordo bene, certi effetti terapeutici.

Così si parlava di queste cose che sono terra di nessuno e i primo che ci arriva ha il diritto di piantarci un paletto e chiedere il Copyright, e quindi di persone note in questo campo. Era appena morto non ricordo chi, fondatore di un metodo di auto guarigione molto conosciuto. Il mio ospite era profondamente deluso da questa persona che stimava molto. Perché? Dal modo in cui era morto: non più giovane, sofferente di cuore, invece di curarsi se ne era andato su di una isoletta mediterranea con la sua giovane compagna, e lì dopo qualche tempo ha avuto l’ultimo infarto.

Parole più a meno testuali del medico, in tono oltraggiato:

– Ma chi si credeva d’essere, Dio onnipotente in persona? Se si rivolgeva alla medicina come fanno tutti non sarebbe morto.

sicuramente la medicina di oggi conosce molte malattie e ha i mezzi di intervento per curarle. In caso di malattie contagiose è comprensibile che gli individui si assumano la responsabilità di curarsi, in modo da evitare che altri si ammalino per causa loro. E’ anche comprensibile che lo Stato possa decidere di rendere obbligatorie delle vaccinazioni e quant’altro, anche se sicuramente ci sono degli scotti molto pesanti da pagare. E’ la sfera sociale della medicina. Ma negli altri casi, curarsi, come curarsi, e non curarsi dovrebbe essere ancora di libera scelta. Sembra facile ma non lo è, la pressione è enorme.

Per esempio, uno degli scopi dichiarati della medicina è combattere e possibilmente sopprimere il dolore. Sono stati fatti progressi fantastici in questo campo. Basta Pensare che la chirurgia si è potuta sviluppare solo dopo la scoperta degli anestetici. Ma che senso ha bloccare sul nascere, o provarci, qualunque tipo di dolore? Ormai è acquisito “che è così che si fa”, e infatti in ospedale non mi chiedevano neanche se avevo male, mi davano l’antidolorifico serale di routine, esattamente come passare con la camomilla e spengere le luci. Solo che un antidolorifico è una sostanza chimica potente con un sacco di effetti collaterali, conosciuti e sconosciuti, che variano da individuo a individuo, non un bicchier d’acqua. Già che c’ero, ho voluto provare un antidolorifico prescrittomi, l’ultima novità farmacologica, fiore all’occhiello della ricerca italiana. Ho smesso di corsa perché mi stava bloccando le funzioni intestinali e mi stavo letteralmente avvelenando.

Se io parlo di medicina non è per condannarla, ma per comunicare idee che escono dalla banalità della nostra pigrizia mentale. Metto sull’avviso, se vogliamo. Esattamente come un avvocato coscienzioso avverte il suo cliente che tra citare in giudizio qualcuno e ottenere una sentenza c’è un bel calvario, e allora forse è meglio trovare un accomodamento, anche se inglorioso. La Giustizia è un diritto, il sistema giudiziario un apparato. La Salute è un diritto, la medicina una multinazionale. Occhio, tutto qui. A forza di riempirsi la bocca di paroloni, a volte ci si dimentica delle cose più banali, come del fatto che ogni mattina ci svegliamo da soli, che si voglia o no. Rivendicare un buon sistema assistenziale non ci deve esentare dall’occuparci di noi stessi in prima persona.

Per esempio, una signora aveva un fibroma sotto pelle grosso come un pugno che continuava a crescere. Mi diceva che andava a farsi visitare per controllarne la grandezza. Io ho toccato e le ho detto: ma scusi, si sente benissimo sotto le dita, che bisogno ha di andare a farsi visitare?

E allora lei si è toccata e ha detto: è vero, si sente!

Capite? Era come se non si fosse mai toccata! Perché? Ma perché se si ha un fibroma lo si fa tenere sotto controllo dal medico, no? toccandosi è come se si fosse svegliata. Si è accorta, per esempio, che assumeva inconsciamente particolari posizioni molto scomode e stancanti per non sentire il fastidio che le procurava il fibroma.  e da quel momento, grazie anche a qualche risata, il suo fibroma è andato molto meglio, ora si è ridotto e ci convive decorosamente.

Dicevo che mi interessano le cose banali. Per esempio, quanti conoscono la deontologia medica? In altri termini, quando andate dal medico, sapete quali sono le sue regole professionali, obbligatorie e non? E’ importante, sapete, perché un medico è inserito nel nostro stesso contesto sociale, non vive su una nuvoletta di amore per il prossimo. Eppure non ci si pensa mai, e poi magari si critica. A me è venuto in mente solo quando mi hanno raccontato la seguente vicenda.

Una coppia desiderava che il loro neonato non subisse le vaccinazioni obbligatorie, o che almeno venissero ritardate il più possibile, cioè fino al momento in cui fosse praticamente inevitabile, dato che all’inizio della scuola dell’obbligo il certificato di vaccinazione viene comunque richiesto. Il fratello del padre, medico, lo è venuto a sapere, probabilmente per il semplice fatto che nessuno ha pensato di tenerlo all’oscuro, e lui ha denunciato la cosa. La coppia ha ricevuto non so bene che tipo di ingiunzione giudiziaria, pena l’affidamento del bambino alle autorità competenti.

Il commento dei conoscenti è stato: ma insomma, che stronzata, fatta proprio dal fratello, poi. Ma in seguito mi sono chiesto: se è scattato un procedimento giudiziale, allora che cos prevede la legge esattamente? Il tema a quell’epoca non era così appassionante da fare ricerche specifiche, ma un giorno ho avuto in mano un testo così intitolato: Nozioni di Deontologia per il Medico Pratico, edizione 1952, e allora me lo sono sfogliato con calma.

si comincia con le denunzie obbligatorie, e qui, infatti, ho trovato il caso specifico della vaccinazione sopra riportato: “denuncia dei fatti che possono interessare la sanità pubblica”. Ci sono in tutto 26 casi di obbligo, che vanno dalle nascite e morti, seguono una sfilza di malattie, e terminano con gli ammalati di mente, alcoolisti cronici e tossicomani. La normativa comprende: Leggi Sanitarie, Leggi di Pubblica Sicurezza, Codice Penale. La non adempienza prevede la radiazione dall’Albo ed eventuale processo e condanna.

Si passa poi al referto (atto con il quale il medico dà notizia all’autorità Giudiziaria dei casi di sospettato reato nei quali ha prestato la propria opera professionale) e ai certificati (atti con i quali si attestano fatti di natura tecnica: atti destinati ad accertare la verità e rilasciati nell’interesse  della persona o ente che li richiede) obbligatori e non : 23 casi. Si vana dalla sana e robusta costituzione all’internamento di alienati in manicomio.

Seguono le perizie (speciale mezzo di prova consistente in un giudizio sulle svariate questioni d’indole tecnica, che sorgono nella amministrazione della giustizia) in materia penale, civile, canonica, psichiatrica.

Da una spina all’altra si arriva al problema della responsabilità del medico per errori di ogni genere e specie.

Dulcis in fundo: codice del medico cattolico; e qui abbiamo tutti i divieti di tipo religioso: aborto, eutanasia, sterilizzazione, fecondazione artificiale, con mille casi particolari. Un paio di citazioni: “Il medico dovrà concedere, nei casi accertati di impossibilità al digiuno prolungato, i certificati necessari, a chiunque glieli chieda, per ottenere le opportune facoltà di comunicarsi non digiuno, specificando i periodo di tempo presumibile per una tale dispensa. La Comunione attraverso la fistola gastrica è ammessa”. “I patimenti sono una partecipazione alle sofferenze di Gesù Cristo, e pegno della futura beatitudine. E’ illecito ogni intervento terapeutico mirante a lenire le sofferenze, il quale diminuisca la resistenza del malato così da accelerare la morte”. “Nel caso di morte certa di donna in stato di gravidanza, il taglio cesareo non è solo lecito ma doveroso qualunque sia l’epoca della gravidanza, al fine di procurare al feto la vita eterna per mezzo del battesimo. Il Battesimo può essere amministrato anche nell’utero e su qualunque parte accessibile del bambino, facendovi giungere, sterile o no, medicata o no, acqua con qualunque mezzo, anche con una siringa, pronunciando nel contempo le sacramentali parole. A parto espletato si ribattezzerà sotto condizione. (Il Battesimo intra-uterino è considerato dubbio)”.

Basta così, se volete il libro chiedetemelo. Comunque spero sia chiaro che essere medico significa essere in una posizione estremamente complessa, non solo perché la medicina non ha le caratteristiche proprie delle altre scienze pur necessitando di una conoscenza vastissima, ma anche perché è nel mirino di tutti, con sollecitazioni enormi. E prerogative, tutele, occasioni di carriera e guadagno, fama e potere. I malati non sono il solo interesse dei medici.

Bisogna essere disincantati su questo, e tenerne conto per poterne fare buon uso, da una parte, e dall’altra per non avere la sgradevole sorpresa di essere trattati come pacchetti postali e poi provare risentimento.

Quando il chiropratico mi ha visitato la prima volta, mi ha consigliato di fare una radiografia per localizzare con precisione l’ernia e le sue dimensioni. Allora sono andato dal medico dell’U.S.L. Gli ho detto cosa avevo e gli ho chiesto che mi facesse la prescrizione per una radiografia. E lui non ha voluto! Non c’è stato verso, mi ha prescritto delle punture per “nutrire il nervo”, non gliene fregava niente di cosa io desiderassi. E d’altro canto anche la mia reazione è stata curiosa, perché ero arrabbiato pensando a tutti i milioni che ero stato costretto a pagare in tanti anni di contribuzione obbligatoria, e ora che per una volta nella vita chiedevo una prestazione sanitaria, un ignoto medico assegnatomi d’ufficio mi faceva ostruzionismo!

Quando poi sono riuscito ad avere la prescrizione della radiografia da un altro medico, al laboratorio radiologico dell’U.S.L. mi hanno dato appuntamento per 20 giorni dopo. Mi aspettavo quindi di trovare code inverosimili, e invece il giorno fissato ero completamente solo in sala d’aspetto, e ho dovuto comunque aspettare una buona mezz’ora, perché non c’era proprio nessuno, neanche il personale tecnico!

Una quattordicenne si è rotta una braccio a scuola mentre sua madre era fuori città, e l’hanno subito portata in ospedale. Per qualche giorno sono rimasti indecisi tra ingessatura e operazione perché la rottura aveva a che fare con l’articolazione dell’omero, o qualcosa del genere.

Pare che non l’abbiano operata subito per un primario dell’ospedale era amico di famiglia e ha seguito da vicino la famiglia. Altrimenti l’avrebbero sicuramente operata perché era la cosa più spiccia, pur sapendo che cacciare chiodi e placche nelle ossa di un adolescente è rischioso, dato che è in fase di crescita e anche le ossa crescono. E’ tutt’altro che raro che delle scelte terapeutiche siano fatte in base a considerazioni di tipo amministrativo interno alla struttura sanitaria.

La storia di questa ragazza è carina invece perché qualcosa di totalmente imprevedibile l’ha risparmiata da possibili disavventure. Pochissimi giorni dopo l’incidente si è presa la varicella e l’ha passata alla madre, così non ha più potuto andare in ospedale a farsi visitare e tanto meno a operare. E’ semplicemente rimasta a casa con la mamma, con il braccio bendato contro il torace. Quando è uscita dalla quarantena l’ortopedico ha constatato che le ossa già cominciavano rinsaldarsi correttamente, e tanto valeva lasciare le cose come stavano. Così si è evitata non solo l’operazione ma anche l’ingessatura. Un mese che le hanno tolto la fasciatura già montava a cavallo, dunque il braccio si è rimesso a posto da solo.

Se racconto storie di questo genere, vuol dire che sono contro un aiuto che può venire dalla medicina? No. Voglio solo ricordarmi che non sono una macchina che se si guasta deve essere portata da un meccanico. Sono un essere vivente, che come ha saputo nascere così è in grado di vivere. Dopodiché ci si muove come si può nel contesto che ci è capitato in sorte, cercando di non fare troppi errori.

Se decido di farmi operare lo deciso perché fa comodo a me, e a nessun altro. E se non mi opero non è per rimanere fedele a tutti i costi ad una idea astratta di pratica. se una pratica deve essere un’idea, di una idea in più non ne abbiamo proprio bisogno, grazie. Io voglio continuare a praticare l’Aikido, e per farlo come dico io ho bisogno anche di un corpo che possa fare cerchi quadrati triangoli senza urlare continuamente dal dolore, col rischio di paralizzarmi. Questa è la mia direzione. Può darsi che debba rinunciarci, può darsi che rinunciarci mi apra orizzonti insospettabili, ma ora le cose stanno così, e sono disposto ad assumermi dei rischi e a prendere delle decisioni.

La medicina odierna ha un’idea molto particolare della salute, soggetta com’è a rispondere alla nostra richiesta di essere efficienti nel mondo del lavoro. Secondo me c’è un equivoco di fondo: si confonde l’efficienza con la salute. Ora che anch’io ho problemi a guadagnarmi la pagnotta perché ho una specie di chiodo piantato nella schiena che mi rende esausto, mi rendo conto che non è facile vivere con lo spettro di un futuro incerto a causa di una menomazione permanente. Siamo incastrati in un meccanismo a tempo, il cui funzionamento è scandito da ritmi amministrativi e fiscali, nonché dalle scadenze di pagamento di servizi onerosi che fanno ormai parte della nostra vita. Se si abita ad un quinto piano di un condominio, voglio proprio vedere come si fa a rinunciare all’elettricità o al riscaldamento.

La medicina è inoltre un sistema di pensiero condizionato dalla paura della morte, da cui deriva una concezione della vita profondamente perversa, perché è impensabile poter vivere bene con l’eterna paura della morte, l’unica cosa sicura della vita. La malattia, in quanto avvisaglia di morte, bisogna combatterla, meglio ancora prevenirla.

Questa posizione si è trasformata addirittura in un diritto-dovere, creando una situazione di impasse davvero curiosa. Da una parte si sono trovati i mezzi per allungare la vita di una popolazione, dall’altra le malattie e la vecchiaia hanno assunto costi sociali e assicurativi proibitivi.

Il risultato più evidente di questo incubo è che nei paesi civilizzati nascono meno bambini. E’ un fenomeno naturale di selezione delle razze indebolite? Sono i bambini stessi che non hanno più voglia di nascere in questo manicomio? In ogni caso, a un livello più sottile, tutta questa lotta alla morte non fa altro che portare alla morte, la lotta alle malattie ad uno stato tale di indebolimento vitale che non potremo altro che essere sempre più malati  e apatici.

Oggi come oggi non solo l’idea imperante di cosa sia la salute è molto confusa, ma perfino rispetto alla guarigione siamo profondamente contraddittori: da una parte pretendiamo di voler star bene, ma dall’altra abbiamo paura di non star più male.

Pensate che disastro se la salute trionfasse: noi individui della strada perderemmo un mezzo potente di attirare su di noi l’attenzione dei nostri congiunti, amici e conoscenti, non potremmo accampare scuse, dovremmo essere molto più onesti con noi stessi e nei rapporti con gli altri. E il novanta per cento di chi si occupa delle malattie altrui dovrebbe cambiare professione: medici, infermieri, addetti di ogni tipo, volontari. Ministeri, assessorati, case farmaceutiche, industrie di apparecchi medicali drasticamente ridimensionati. L’edilizia riceverebbe un duro colpo. Ci sarebbero serie ripercussioni perfino nelle religioni.

Ma siamo proprio sicuri di volerla veramente questa salute di cui tutti ci riempiamo tanto la bocca?

Ma non ci sono pericoli che la salute trionfi, almeno fino a che lo svuotamento delle nostre esistenze continuerà ad avere come effetto la paura di vivere e di morire. Noi vogliamo solo non aver malattie, confondendo la salute con l’efficienza, l’estetica, la moda.

La mia recente esperienza di sciatica mi ha aiutato a chiarirmi le idee in proposito. Io ho perso in efficienza, in estetica, ma non in salute. Provo dolore: è giusto, il mio corpo mi segnala le sue condizioni attuali, mi chiede di tenerne conto per non mettermi in situazioni di pericolo. E contemporaneamente mi insegna qualcosa su di sé e mi spinge ad attingere a risorse finora lasciate in disparte. Da questa sciatica posso aprirsi per me possibilità impensate che possono arricchirmi enormemente. Come posso considerarmi un malato? Anche se sciancato, io sto benone, grazie.

1/09/1991

Mi sono preso tutto il messe d’Agosto per lasciare che il polverone che avevo sollevato con le mie ricerche di una soluzione si posasse. a un certo punto ho detto: basta. Basta sentirsi imprigionato dalle esperienze altrui. Basta con la via angusta delle scelte razionali.

Sono contento di questa decisione, se non altro perché nel frattempo ho saputo il motivo per cui in ospedale non mi hanno operato come previsto. Proprio in quei giorni un ragazzo, tuffandosi in acqua, è caduto su una roccia, rovinandosi la colonna vertebrale. E’ stato operato a più riprese, è vivo ma in stato puramente vegetativo.

Questo evento mi ha molto colpito. E’ una tragedia. Si dice: peggio di così si muore. Per me forse è peggio della morte, ma è inutile entrare in un tema così scabroso. Ma sono anche stordito perché questo ragazzo mi ha donato qualcosa di molto importante ad un prezzo terribile. Lui non lo sa, ovviamente, e non mi sembra davvero il caso che glielo vada a dire, ma io sento di avere avuto, grazie a lui, un’occasione di gettare uno sguardo in più fuori dalla squallida gabbia della mia piccola mente dozzinale e presuntuosa. Gratis.

Infatti è successo questo: i miei dolori stanno diminuendo. C’è stato un crescendo fino a un po’ prima di Ferragosto. avevo davvero il fiato corto, riuscivo a muovermi pochi minuti alla volta, e cominciavano ad arrivare i ragazzi per lo stage. Poi sono cominciate le fitte, delle specie di pugnalate senza preavviso che alla fine mi hanno fatto passare una notte in bianco. Dopo di che, impercettibilmente, giorno dopo giorno, il miglioramento. Già alla fine dello stage stavo meglio, e ora non va davvero male.

Mi rendo conto oggi che avevo perso fiducia nella capacità del mio corpo di lavorare per rimettersi in sesto, si era instillata in me la paura, lo scoraggiamento. Il giorno in cui sono caduto malamente, trauma che è stato probabilmente l’ultima goccia per la mia schiena mezza marcia, mi è scappato detto, sconsolatamente: dieci anni di Aikido per non saper neanche attutire una caduta. Complimenti.

Quando, dopo un paio di mesi con un piede sfasciato, ricominciavo a camminare quasi normalmente, anche se non potevo certo mettermi in seiza o altro, ecco che la sciatica mi ha ghermito. Ho voluto sapere la causa precisa,  e forse potevo risparmiarmelo. Comunque la risposta: un’ernia del disco inter vertebrale tra L5  e S1, per schiacciamento. Colonna vertebrale compromessa: sono finito in un tunnel nero.

Oggi, se non fosse per quel disgraziato ragazzo, avrei risolto, con un po’ di fortuna, il mio problema con un intervento chirurgico, e mi sarei perso molte cose importanti: l’esperienza preziosa di aver guardato in faccia la mia paura; la constatazione che il nostro organismo infinitamente più grandi di quanto si voglia credere comunemente; la comprensione profonda della discriminante tra l’idea di salute del Movimento Rigeneratore e quella della terapeutica.

Ovviamente non saprei proprio se e quanto la pratica abbia favorito il mio processo di miglioramento. Posso solo dire di avere continuato a praticare come potevo, perché smettere era ancora più penoso di praticare nello sconforto. Ma una cosa è sicura: se ne ho avuto giovamento è stato in larga parte, ripeto, mio malgrado. E a questa riflessione si accompagna una curiosa sensazione di riposo mentale, di freschezza.

20/12/95

Mi sono perso il dischetto su cui conservavo questo scritto, e così con pazienza me lo sono ricopiato. Non credo che altrimenti me lo sarei letto con attenzione, e invece è stato interessante. Confermo la sensazione di allora di aver vissuto un momento importante della mia vita, e ora posso rendermi conto che è successo anche dell’altro in quel frangente, a livello profondo di associazioni inconsce.

Tea ed io parlavamo stamattina della nostra situazione, una specie di bilancio. Nostro figlio sta per compiere tre anni, andrà presto all’asilo. Tea, che è stata con lui finora, adesso desidera riprendere a lavorare. Io, dopo, la sciatica, ho cambiato lavoro, e ho imparato a riparare gli orologi. Per la schiena va bene, ma praticamente non ci dà da vivere. Il negozio ha troppe spese, pochi clienti. Così l’anno prossimo dobbiamo trovare lavoro tutti e due.

A parte l’arrivo di Arturo e la compagnia che ci fa, in questi anni c’è stato un lento offuscamento nella nostra vita, di cui credo di essere il maggior responsabile. Nel mio lavoro non c’è entusiasmo, non ci sono iniziative. La caratteristica principale del mio atteggiamento è che “non ci credo più” alle cose che inizio, penso già in partenza “che non ne vale la pena”.  Mi sento in disarmo, vado avanti per inerzia, piano piano mi sto bloccando.

L’altro giorno ho proprio toccato con mano la gravità della situazione. Due ragazzi in negozio si sono messi in tasca un orologio molto costoso. Non li ho colti sul fatto, ma me ne sono reso conto perfettamente prima che uscissero. Non sono stato capace di tirar fuori una sola parola per farmelo rendere, e li ho lasciati andare così, sbigottito della mia codardia.

In due anni ho avuto quattro furti con scasso, innumerevoli tentativi di furto con destrezza di cui alcuni riusciti, una vicenda di carte di credito clonate che mi è costato il ritiro della convenzione, raggiri di ogni tipo. Sono disgustato. Mi hanno completamente rovinato il piacere di lavorare. Ormai come una persona entra in negozio mi tendo come una corda di violino. Mi aspetto continuamente una rapina a mano armata, e quando Tea mi propone di stare lei in negozio quando io sono via preferisco decisamente di no.

Tea ha ragione, dovrei chiuderlo questo negozio, costi quel che costi la rottura del contratto d’affitto, la liquidazione della merce e dell’attrezzatura. Ma poi? A primavera di quest’anno avevo cercato di trovare una soluzione. In questi anni ho sempre avuto qualche cliente per i riaggiustamenti posturali. Così mi sono detto: potenziamo questa attività, rendiamola rimunerativa. Quando lo sarà, il negozio cesserà automaticamente di essere un problema, e la decisione di cosa farne maturerà da sé, in tutta serenità. Allora mi sono attivato per darle una connotazione professionale. Da quel momento si è bloccato tutto.

Insomma, cosa mi sta succedendo? C’è qualcosa in me che lavora in negativo e io sono rassegnato. Ora so che cos’è, la lettura della cronaca di quell’Estate del 1991 me l’ha rivelato.

Il Sesto Giorno, 21/07/1991, scrivevo: “La mia vicenda ospedaliera ha avuto degli strascichi, difficilmente calcolabili. Mentre ero via sono stato attaccato perché ho deciso di operarmi. Pare che questo ingeneri confusione nelle persone a cui ho presentato il Movimento Rigeneratore. La lettera che segue, che mi aspettava al mio ritorno, rende bene il clima che si era creato. Non mi è nuovo, in altri dojo è già successo e non ha mai portato niente di buono. ”

E infatti non ha portato niente di buono. Ics, il personaggio di cui si parla nella lettera, non si limitò a esprimere le sue critiche nei miei confronti. Ics era in una posizione particolare nel dojo. Era con noi solo da qualche mese, ma ha iniziato a praticare con Tsuda prima di me ed è stato un “elemento di spicco” nel dojo di Parigi. Estremamente estroverso e intuitivo, raccontava cose molto interessanti della sua esperienza di pratica. Per cui erano tutti molto contenti di questo arrivo, e la sua carica di vitalità incontenibile era una bella sferzata di energia nel nostro tranquillo tran tran. A quell’epoca praticavamo Aikido tutte le mattine e lui era molto propositivo. Il fatto di conoscerci da almeno dieci anni, anche se ci vedevamo solo saltuariamente in Francia agli stages, e di ritrovarci così dopo tante peripezie mi faceva piacere, anche se la Signora Tsuda, per certi versi un autentico mostro di intuizione sapientemente coltivata alla Seitai Kyokai (ricordate come mi aveva scaricato senza tanti complimenti?), inspiegabilmente l’estate prima mi aveva messo oscuramente in guardia nei suoi confronti, quando  Ics era ancora rintanato nei Pirenei a fare il restauratore di lapidi mortuarie!

Ebbene, Ics si rivelò essere un autentico mestatore. Mentre ero via mi denigrò e propose di lasciarmi al mio destino, tanto non avevo capito niente ed ero spacciato. Quando lo seppi mi dispiacque molto, ma, dato il tipo che era e sapendo di tutte le grane che aveva piantato ovunque, non me la vissi poi così male. La cosa tremenda fu un’altra. Che molte persone che erano mie “allieve”, amiche, compagne di pratica, in un certo senso intime, se ne andarono con lui.

Fu una mazzata tremenda, me ne rendo conto pienamente solo ora. All’epoca di questi avvenimenti mi comportai effettivamente come chi ha ricevuto un colpo così forte e così veloce che rimane in piedi, ma ormai è già morto: lasciai tutto come stava. Solo che attaccai fuori dal portone il cartello VENDESI.

La vendita non andò a buon fine, ma per me il dojo era finito, non me ne occupai più. Chi voleva andare a praticare poteva farlo, chi voleva contribuire con dei versamenti in danaro era gradito, ma che fosse ben chiaro che erano miei graditi ospiti, nient’altro. Semplicemente non potei accettare che un impegno decennale venisse spazzato via così da una libecciata. Tanto valeva non fare niente.

Questo pensiero deve essere penetrato in profondità, e lì ha dilagato, influenzando negativamente ogni cosa che ho fatto da quel momento in poi. Quando un pensiero, una impressione, diventano parte dell’inconscio, non ci accorgiamo più che ci sono, ma loro continuano a lavorare a nostra insaputa. Noi decidiamo ad andare in una direzione e loro ci tirano da un’altra parte. Sono più forti delle nostre intenzioni coscienti. Funzionano come dei meccanismi regolati da sensori: ci lasciano fare rimanendo disattivati e poi scattano quando la tensione arriva ai livelli su cui sono tarati, oppure quando una serie di fattori diventano concomitanti. Sono completamente mimetizzati e hanno proprietà mutanti quando vengono individuati. Micidiale.

Naturalmente queste cose succedono perché trovano un terreno favorevole. Nel mio caso c’è da notare che non sono mai stato un personaggio baldanzoso e sicuro di sé. E nelle circostanze ero debilitato e contratto. D’altro caso se qualcuno vuol affondare un colpo lo fa quando si è scoperti. Non è intenzionale, funziona così: l’acqua rompe gli argini nel punto più debole.

E ora che si fa? Quando un colpo molto veloce penetra in profondità senza lasciare segni all’esterno è davvero pericoloso, perché l’organismo non ha avuto il tempo di reagire, è desensibilizzato e non si mobilita, non prova neanche dolore. C’è una tecnica per far riaffiorare un colpo del genere e quindi mettere l’organismo in condizioni di espellerlo, ma un pensiero?

Non ho proprio più nessuno a cui chiederlo. Sono di nuovo ai bordi dell’ignoto.

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3 Risposte to “messo alla prova, forse… – 1991”

  1. marco Says:

    desidererei, se possibile, essere contattato in privato per raccontare un fatto che ha a che fare con questo diario e con la respirazione

  2. Francesco Says:

    Ho trovato questo blog per caso e, leggendo questo datato “calvario” non ho potuto fare a meno di immedesimarmi nelle tue vicissitudini…

    7 mesi fa l’ennesimo colpo della strega mi ha lasciato immobilizzato e dolorante in una maniera mai provata, di lì a poco mi verrà diagnosticata una prortrusione in L3-L4 e 2 ernie del disco espulse, rispettivamente in L4-L5 e L5-S1.
    Inutile specificare che la mia vita, come la mia mobilità, ne ha risentito non poco.

    Dopo la visita di routine dall eminente primario di neurochirurgia che mi ha trattato come un capo di bestiame pronosticando l’impossibilità di tornare ad una vita normale e “consigliandomi” un’ urgentissima (e costosissima) operazione, ho cominciato a cercare un sistema alternativo, sollecitato dal fatto che i mesi di veleni ai quali mi sono sottoposto, hanno dato risultati blandi o praticamente nulli.

    Tramite passaparola, ho avuto notizie di un ortopedico che 56 anni fa introdusse una cura capace di far riassorbire le ernie quasi completamente con una serie di iniezioni per via endovenosa e un salasso praticato facendo collassare la safena con una piccola incisione sul collo del piede.

    Tuttora, questo arzillo 85enne e i suoi figli, non amano divulgare il contenuto del loro “elisir” anche se assicurazno per iscritto che il farmaco non contiene corticosteroidi o altre sostanze dannose per l’organismo.
    Dopo le due settimane di cura, ho ricominciato a deambulare con una notevole riduzione del dolore e riacquistando gradualmente la sensibilità di una gamba ormai fuori uso (pratico Aikido da 13 anni e sono responsabile di un dojo da appena 2, da quì l’empatia che mi ha spinto a lasciare quì un messaggio)
    a distanza di quasi 5 mesi dalla cura ho recuperato l’80% della mobilità ed il dolore è sparito (sono in attesa di dicembre per fare una lastra di controllo e verificare l’effettivo riassorbimento).

    Essendomi avvicinato da poco ai libri del maestro Tsuda, ho trovato conferme sulla possibilità di riuscire a porsi in uno stato d’animo tale da permettere al corpo di riassestarsi in maniera naturale e penso che, anche se mi avessero iniettato solamente soluzione salina, il risultato finale mi lascia soddisfatto ugualmente.

    Certo, ho dovuto dare un addio momentaneo alle tobi ukemi e al suwari waza… se è per questo anche alla moto ma non mollo.

    Visto che l’ultimo post è del ’95, sarei curioso di sapere come va la schiena 14 anni dopo.

    grazie

    Francesco

    • itanlian Says:

      ciao Francesco,
      grazie per il tuo intervento.

      la mia schiena va bene, grazie. Continuo tranquillamente a praticare Aiki, Seitai e Katsugen Undo senza problemi e mi vivo acciacchi e incidenti come spunti di apprendimento 🙂 I miei compagni di pratica si vivono una esperienza del tutto simile alla mia, per cui mi sento tranquillamente di dire che la medicalizzazione è solo una opzione tra tante, non un “deus ex machina”.

      auguri per la pratica e per una “vera guarigione”

      cordialità
      gius

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