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percezione

dicembre 26, 2009

Premesso che la nostra percezione del mondo sta nei limiti in cui i nostri sensi sono tarati, questa percezione è del tutto soggettiva perché filtrata dai pensieri e dalle emozioni.

La posizione del Seitai è che la particolare sensibilità all’ambiente di ciascuno è indissolubilmente legata alla sua postura. Non c’è una “vera” percezione del mondo, solo una percezione individuale che va dal meraviglioso all’orrendo e determina il piacere di vivere.

Normalizzare la postura e quindi la sensibilità è la Via della Vita Totale del Seitai.

Un caso tra tanti

Una raccomandazione che veniva fatta a chi desiderava dedicarsi all’insegnamento era quella di non parlare mai di se stessi. Non ricordo che ne fossero state spiegate le ragioni, semplicemente pensai che ascoltare qualcuno che parla di se stesso fosse alla fin fine noioso e poco interessante.

Quando ho cominciato a presentare Katsugen Undo e Seitai mi è venuto spontaneo fare esempi concreti di vita quotidiana. Nella mia sensibilità il racconto di fatterelli in cui chiunque si poteva imbattere o, ancora meglio, si era già imbattuto, rendeva le conferenze più comprensibili, interessanti, vivaci, partecipate.

Nel tempo ho potuto constatare la bontà della “tecnica di insegnamento” Seitai, cioè di non insegnare nulla. Mi spiego 🙂

Non si dice: dovete fare questo e quello, in questo caso è così, in quest’altro è colà, eccetera. Si presentano anodinamente dei dati comunemente osservabili, come per esempio una postura, un movimento corporeo, una variazione nella voce, e se ne dà, quasi casulamente, la chiave di lettura Seitai. Quello che si vuole è che la persona che vede e ascolta dimentichi la presentazione a cui ha assistito, e poi si aspetta che questa persona un giorno ci racconti di “aver scoperto” proprio quello di cui avevamo parlato quel giorno, come farina del suo sacco, a cui lui ha aggiunto qualcosa in più che è veramente farina del suo sacco. Successo! Quello che questa persona ha visto e ascoltato non è più una nozione e una informazione ricevuta, ma carne della sua carne, ossa delle sue ossa, sangue del suo sangue.

 Ma nel racconto di questi fatterelli a me è venuto di parlare molto di me stesso. Parlare di quel che era successo a me personalmente mi dava sicurezza, mi sembrava di avere più “dati certi” che non parlando di cose successe ad altri, e quindi di offrire materiale più “sicuro”. Inoltre pensavo che parlare di me diminuiva drasticamente la possibilità di offendere involontariamente qualcuno.

Mi ci sono voluti 30 anni per capire più in profondità la saggezza della raccomandazione di non parlare mai di se stessi, almeno quando si insegna.

È essenzialmente una questione di “vaso ermetico”, come dicono gli addetti ai lavori 🙂

Se si vuole lavorare su se stessi, la prima, essenziale cosa da fare, è chiudere, mettere un tappo, sigillare. Come immagine a me piace quella taoista, in cui si mette il “nostro materiale psichico sensibile” in un pentolone e ci si accende sotto un fuoco appropriato per trasformalo in buon cibo. Fondamentale è il coperchio, perché non vogliamo che nel calderone ci caschi altro, e che l’umidità necessaria interna non evapori, altrimenti si brucia tutto.

Ovvero, in altri termini, vale il precetto taoista: di quel che si fa qui non ne parlerai con nessuno se non con il tuo maestro. Ed evita di farti riempire la testa dei tanti buoni consigli che tutti vogliono darti.

Urp, ma questo è isolamento. Disumano, pazzesco. Già…

Se questa è una “ragione profonda” per non parlare di se stessi almeno in pubblico, o con sconosciuti, ce ne è un’altra più superficiale: non sappiamo praticamente niente di chi ci ascolta, e chi ci ascolta può comunque avere reazioni scomposte. Per cui tanto vale che non si “agganci” alla nostra vita. Un problema in meno.

 Ed eccoci al “caso tra tanti” del titolo.

Ho fatto un giorno una dichiarazione scritta di ringraziamento che ha a che vedere con un pezzo del mio percorso personale, sostanzialmente un omaggio riconoscente allo Zen, ma che contravviene alla regola del “vaso chiuso”.

Eccola:

 “È stato un anno penoso, tutto all’insegna della desolante conferma che il mondo in cui vivo è una diafana e caliginosa proiezione della mia mente debole e contraddittoria. Ringrazio profondamente tutti i miei compagni di pratica che hanno avuto la cortesia di avere condiviso con me le loro proiezioni mentali e di avermi dato la possibilità di confrontarle con le mie, arricchendomi.”

Ho avuto parecchie risposte, sia a voce che per iscritto, di simpatia, di invito all’ottimismo, perfino di ringraziamento. E una davvero arrabbiata, accompagnata dalla dicitura: “questa mia è una lettera privata; ho chiesto ai miei legali consiglio, per cui se la trovo pubblicata, sarò costretto a cautelarmi nelle sedi più opportune.” Per cui mi guardo bene dal riportarla qui, anche se penso che sia un buon esempio di una di quelle inevitabili “reazioni scomposte” di cui sopra. L’ambito di provenienza è quello della psichiatria freudiana, quindi lo scrivente sa molto meglio di me di cosa parla, anzi direi che lui sa e io no, non posso certo dialogare con lui.

Ma ci sono spunti davvero interessanti per parlare un po’ di Seitai e dintorni.

Questo Signore mi dice dunque che nell’ambito della psichiatria c’è chi sta lavorando sui Santi, gli illuminati e coloro che cercano e praticano la Via. Questi studiosi hanno trovato che il grande problema che hanno questi individui è che perdono la loro identità di appartenere alla razza umana: cioè l’umanità.

Questo Signore mi chiede dove sia la mia umanità. Sembra quindi che dia per scontato che io sia nel novero di “questi individui”. Parliamone allora un attimo in termini Seitai.

Per il Seitai in questi individui è al lavoro a tutta forza la quarta lombare, taiheki 9. Essi hanno una capacità di approfondimento, di dedizione, di continuità, di intuizione in quello che fanno che effettivamente sembra disumano. Appaiono in tutti i campi possibili immaginabili, ivi compresi quelli che generano inenarrabili orrori, ma non è facile incontrarne uno nel quotidiano: sono rari e comunque estremamente indaffarati.

Tsuda Itsuo Sensei ci dice di averne incontrati solo tre, in una vita dedicata alle ricerche sul Ki: un Maestro di Teatro No, un Maestro di Arti Marziali, un Maestro di Seitai. Ce ne parla, ce li descrive, ci fa partecipe di quel che provava quando era in contatto con loro. Come stavano ad “umanità”?

Beh, io non so cosa intenda la psichiatria freudiana per “umanità”. Nei termini in cui io sento parlare le persone quando dicono di qualcuno che “è così umano” credo che si faccia riferimento a una dote che implica sim-patia, af-fetto, generosità e altro ancora. Mi viene in mente una coppia di anziani del primo piano del mio stabile, che si prodiga incessantemente per aiutare i parrocchiani loro coetanei.

Allora:

1-      il Maestro di Teatro No era conosciuto solo da una strettissima cerchia di appassionati, tanto che i suoi spettacoli, rigorosamente su invito, li pagava lui di tasca propria

2-      il Maestro di Arti Marziali diceva spudoratamente di se stesso che non aveva amici tra gli uomini, ma aveva amici tra gli dei. Se non ricordo male per la psichiatria era un monomaniacale depressivo.

3-      il Maestro di Seitai a un certo punto della sua vita decide di smettere di curare la gente, perché curare la gente per rimetterla in condizioni di continuare a vivere con le stesse identiche modalità che avevano causato la malattia è del tutto insensato.

Tsuda Itsuo Sensei diceva di se stesso di non essere un tipo 9. Certo che una persona a sessant’anni decida di trasferirsi da Tokyo a Parigi, fondi un dojo, prenda un aereo tutte le settimane per tenere seminari in mezza europa e abbia anche il tempo di scrivere un libro all’anno… fa un certo effetto 🙂

Di lui in vita si diceva che avesse una grandissima umanità, anche se con un difetto: si faceva pagare.

Ma se la psichiatria freudiana si chiede dove sia l’umanità nei Santi e negli Illuminati, anche il Seitai si pone la stessa domanda, ma in tutti noi “persone della strada”: dov’è la nostra umanità? Noi che non sappiamo vivere una vita sana, felice e piena, abbiamo la testa piena di pensieri che non sono più i nostri, ci infliggiamo quotidianamente di tutto e di più. Per non parlare di come ci comportiamo con gli altri.

In termini Seitai si parla di “normalità”. Il Maestro di Seitai di cui sopra, sulla stessa linea di Chuang Tzu, aveva molto da ridire sui Santi…

Nella lettera di cui stiamo parlando si dice poi che ho una curiosità perversa da entomologo per capire le proiezioni mentali dei miei compagni di pratica.

Lasciate che mi conceda la battutina scontata che gli entomologi non saranno contenti di sapere che per la psichiatria freudiana sono affetti da curiosità perversa 🙂

Tornando al Seitai, questo è un buon spunto per ricordare che il Seitai è lo studio della sensibilità individuale, ovvero di quali siano le risposte di ciascuno di noi agli stimoli dell’”ambiente”, nel senso più ampio del termine. Nell’ambito di questo studio c’è un tentativo di capire se ci sono risposte anomale ad “alto valore aggiunto di infelicità” che si verificano in automatico, e collegarle con un disordine posturale per tentare una normalizzazione. Per postura intendiamo l’insieme corpo-mente, non un atteggiamento solamente fisico. È noto da migliaia d’anni che noi vediamo la realtà solo in certe frequenze e attraverso dei filtri, uno dei quali è quello delle nostre proiezioni mentali. Non è un orientalismo bizzarro, le moderne scienze occidentali sono arrivate con tutt’altri percorsi alle stesse conclusioni.

Ma già anche “da noi” qualcuno diceva cose simili un paio di millenni fa, quando raccomandava spensieratamente che se gli occhi ti mentono è meglio che tu te li bruci, o buttava là con noncuranza che dio acceca chi vuol perdere.

Sì, io ringrazio profondamente chi mi ha fatto l’onore di reciproca fiducia per aver mostrato sui tatami le sue proiezioni mentali come io ho mostrato le mie, perché… quattro occhi vedono meglio di due, infinitamente meglio! 🙂

Guardare, e ancora guardare senza mai accontentarsi, fino a che si riesca a vedere, è il cuore stesso della pratica Seitai. Nonostante che la nostra “umanità” ci si sbricioli fra le dita a ogni sguardo.

La lettera si chiude poi con un accenno a un  “ego” ipertrofico, autoreferenziale, ipse dixit, che mi sta accompagnando nella ricerca. Se comunico questa sensazione riconosco che debba essere terribilmente sgradevole, e sicuramente mi aiuta a capire come mai non risulto simpatico. E mi induce a ringraziare ancora più profondamente chi pratica con me per la sua tolleranza.

La chiave di lettura Seitai è una anomalia di segno positivo della terza lombare, taiheki di tipo 8.

Evidentemente è ancora attiva, ma dovevate vedere in che condizioni disastrose ero 40 anni fa, cioè quando ho cominciato confusamente a sentire che c’era qualcosa di profondamente insoddisfacente nella vita che mi veniva proposta (un vero e proprio Paese dei Balocchi), che non potevo fidarmi di niente e di nessuno che formava il tessuto del mio ambiente, che potevo contare solo su me stesso e sulla mia energia per “staccare” e fare un salto nell’ignoto, in un contesto in cui se facevo domande mi chiedevano sospettosamente se mi drogavo…

Non avevo strumenti di nessun tipo: mi chiedo proprio come me la sarei cavata se non avessi avuto almeno un  “ego” ipertrofico e autoreferenziale, o in termini Seitai, una anomalia di segno positivo della terza lombare. Comunque è vero, quel che è stato utile un tempo, oggi, 40 anni dopo, può essere solo un intralcio di cui sbarazzarsi. Peccato che una modificazione della postura non sia una manovra meccanica 🙂

Comunque sia, siate gentili e lasciatemelo dire ancora una volta senza arrabbiarvi: non è così raro che bisogna essere dei granitici pre-suntuosi e infinitamente dis-perati per poter ascoltare fino in fondo la voce del proprio cuore, prendere una “vera” decisione e accettare gli infiniti errori che ne conseguono.

E avere tanta, tantissima fortuna 🙂

equivoci

dicembre 14, 2009

Ho incontrato recentemente un compagno di liceo che ha fatto Medicina.  Insegna all’Università, tiene masters.  Lo chiamerò il Prof da ora in poi.

Gli ho parlato del Seitai, che non conosceva.

Non credevo che gli sarebbe interessato, ma sbagliavo. Forse perché eravamo stati a scuola insieme e si ricordava bene di me, mi ha confidato che intorno ai trent’anni ha avuto una leucemia diagnosticata mortale in qualche mese.

E invece non era vero, come il nostro incontro dimostrava. Ha fatto chemio terapia per due anni, alla fine sì è stufato di star male come una bestia, ha interrotto tutto e la leucemia è scomparsa.

Il Prof è rimasto imbarazzato da quel che gli è successo, non si è accontentato di concludere che la chemio terapia che aveva fatto era stata sufficiente, o che c’era stato un errore di diagnosi. Gli è rimasto il dubbio che i sintomi della leucemia fossero causati dal fortissimo stress della morte del padre in concomitanza con il fallimento del suo matrimonio.

Così dopo di allora non ha mai smesso di “guardarsi intorno” nel campo “dell’ alternativo”, provando un po’ di tutto. E mi ha chiesto di fare delle sedute di Seitai.

Come al solito gli ho detto che il Seitai che praticavo io era solo un intervento energetico sulla postura, che non si aspettasse niente di curativo. D’accordo, va bene così.

Così gli ho fatto Seitai. Il Prof non mi disse che un anno prima aveva avuto un incidente di macchina, e da allora aveva problemi di equilibrio che gli creavano insicurezza e ansia. Me lo disse solo dopo, quando si complimentò con me perché l’equilibrio era tornato e nel contempo altri problemini erano spariti. Ne fui felice, anche se ci tenni a precisare che non avevo fatto niente di mirato, era solo successo come effetto collaterale.

Ma il Prof era rimasto assolutamente estasiato dal Seitai, visto che era il solo che aveva avuto effetto. E mi propose di fare Seitai a dei suoi conoscenti. Assentii, purché fosse solo un gesto di amicizia. D’accordo, andava bene così.

Così ho fatto Seitai a una dozzina di persone, e tutte ne sono state contente. Allora il Prof mi chiese se potevo fare un piccolo seminario esplicativo a quei suoi conoscenti, magari mostrando anche qualcosa. D’accordo.

Ho tenuto il seminario. Avevo scelto come argomento: toccare qualcuno è toccargli il cuore.

Ho fatto vedere dei semplici esercizi da fare da soli per rendere la postura più elastica e sensibile.

Come riscontro di quel seminario ho saputo solo che alla fine è stata fatta una domanda a cui non ero presente: ma tu ti fidi di quello lì?

Non dovete fidarmi di me, ma del vostro corpo.

La “civiltà” di oggi non esisterebbe se noi apprezzassimo il corpo.

Chi ama il corpo:

non trova sgradevoli i suoi odori e rumori

non si trucca perché non si trova abbastanza bello

non si modifica chirurgicamente

non depaupera la sua pelle sgrassandosi ogni giorno

non si copre di tessuti sintetici che bloccano la respirazione epidermica

non blocca le sue funzioni e richieste fisiologiche

non mangia cibi alterati

non assume prodotti chimici

non respira veleni

non sta in mezzo ai rumori innaturali

non si muove a velocità forzata…