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coma farmacologico

maggio 8, 2010

La mia amica S. una sera torna a casa e trova il marito disteso sul pavimento in un lago di sangue e vomito. Chiama un’ambulanza che porta l’uomo in ospedale, dove viene riscontrato che ha avuto un aneurisma e viene messo in coma farmacologico.

Dopo alcune settimane viene fatto gradualmente uscire dal coma farmacologico e si attende che si riprenda. A tutt’oggi non si è ripreso, continua essere sotto cure intensive ovviamente, e non si sa se e quando si riprenderà e in quali condizioni fisiche sarà. Il Primario in tutta onestà dice: abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare per salvargli la vita, che cosa succederà d’ora in poi nessuno può saperlo.

Nel frattempo la mia amica S. entra in uno stato di grande sofferenza, un vero incubo. Cerchiamo ovviamente di aiutarla affettuosamente a non farsi distruggere dall’angoscia e a non precipitare nella depressione.

Staccandomi emotivamente da questa vicenda cerco di cogliere il nocciolo dello “stallo psichico” di S.

Suo marito è vivo, non ci sono dubbi possibili su questo, e lei è felice di questo. Ma le condizioni sono così particolari che S. è costretta a domandarsi ad ogni istante che cosa la vita sia, e la sua mente vacilla. Suo marito ha avuto un “cedimento strutturale” nella sua struttura fisica, non ci sono dubbi possibili neanche su questo.

Forse non era il suo momento di morire, S. non lo saprà mai, e accetta le cose come stanno. Ma ha la sensazione che qualcosa sia stato “violato”. E la sua inquietudine la devasta.

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