trasmissione

Agosto 1998

Quando mio padre si suicidò nel Settembre del 1984, dopo il funerale un suo grande amico mi disse con stupefacente semplicità: – Considerami, se credi, come tuo secondo padre, in tutto e per tutto. Non ho mai approfittato della sua generosità per un motivo molto semplice: avevo già avuto un “secondo padre”, ed era morto anche lui nel Marzo di quello stesso anno.

E’ di questo “secondo padre” che desidero parlare, perché l’incontro con lui mi ha cambiato la vita, mi ha dato una direzione che seguirò inevitabilmente anche nel terzo millennio ed è l’esperienza che mi ha maggiormente legato ad una persona al di fuori della famiglia.

A quindici anni, oppresso dal senso di vuoto lasciato in casa dalla partenza di mia madre per un’altra vita, ho chiesto disperatamente al mio “primo” padre: perché sono vivo, che senso ha? Ma lui non aveva una risposta per me, che diversamente da lui ero figlio di un’epoca mite. La guerra si era bevuta la sua introversa giovinezza come si succhia un uovo crudo e ne aveva consegnato alla pace il guscio vuoto di emozioni, con due invisibili forellini uno per lato.

Ma io allora non potei penetrare quel silenzio fatto di impotente arresa alla follia umana. Ho aspettato altri quindici anni per avere quella risposta, quando ormai sembrava che fosse impossibile che ce ne fosse una, quando ormai sembrava che fosse la domanda ad essere sbagliata.

Mi ha messo nella condizione giusta un anziano Signore giapponese che divulgava la pratica Shinto del Ponte Fluttuante Celeste insegnata dalla Scuola Omoto Kyo: inspirare facendo vibrare le mani davanti al ventre per mettersi all’Origine del Cielo e della Terra.

Su questo Ponte ho incontrato la risposta, ed è stata essa che mi ha permesso poi di cogliere anche il senso profondo del suicidio di mio padre, che con la ritualità del militare che riscatta il proprio onore mi dava a suo modo la risposta che lui non aveva sentito il bisogno di cercare, lasciandomi in eredità il compito di scoprire il lato in ombra della rettitudine morale.

Ricordo soprattutto la prima seduta di pratica a Parigi nel dojo del mio “secondo padre”, in un mattino invernale del 1981. Era seduto in un angolo in judoji bianco e hakama nera, mentre una Signora francese vestita come lui gli faceva yuki ai piedi tormentati dalla gotta. Alle sei e mezza in punto lei si unì agli altri allievi e lui si alzò faticosamente per andarsi a sedere nella posizione del Loto davanti alla grande Calligrafia della Buddhità. Lì si è inchinato, ha battuto le mani e ha recitato il Norito in Naka Ima. Nella profondità sonora del Kotodama la mia domanda sul senso della vita si è avvitata gentilmente su se stessa, è precipitata giù a spirale in un pozzo senza luce e senza tenebre, rotolando senza farsi male per una ripida scala a chiocciola. Alla fine della caduta ero tornato a Casa.

Cosa avessi fatto, e quando, per meritare un regalo così prezioso da quell’uomo, non ho mai saputo. Provavo in sua presenza una tale timidezza da impedirmi di avere con lui un qualunque scambio di “idee”, pur sentendo che tra noi non c’era nessuna barriera che lo impedisse. Non ho neanche la certezza che lui si sia mai accorto di avermi fatto quel dono. Ma mi è stato ben presto chiaro che non avrei potuto ricambiare quel regalo a lui personalmente, ma che se avessi voluto “rendere” avrei potuto farlo solo rendendomi disponibile a “insegnare” a mia volta, malgrado me, perfino se non ne fossi stato capace. Così è e così sarà all’ingresso nel 2000. La sua morte, se ce n’era bisogno, mi ha tolto ogni possibilità di scelta.

C’è una parola giapponese che si pronuncia shimei. La traduzione in italiano dovrebbe essere missione. Se ho ben capito, lo Shinto riconosce in alcune persone una ispirazione divina, come se fossero sensibili alla vibrazione di un Amatsu-Kami, un Dio Celeste. Queste persone, secondo la loro vocazione, sono capaci di mostrare la Via ai loro contemporanei nell’attività in cui si sono impegnati, e di lasciare indicazioni ai posteri. Il nostro Maestro ce ne parlava con cognizione di causa, perché era stato allievo di un Uomo con lo shimei, e si sentiva ancora impregnato dalla straordinaria sensazione che aveva provato accanto a lui. In effetti il suo insegnamento in neanche mezzo secolo si è propagato in tutto il mondo.

Se lo shimei è raro, c’è qualcosa nella vita di ciascuno di noi che vi assomiglia, che va nella sua stessa direzione, che partecipa della sua straordinaria qualità. E’ il “sogno”, inteso come il grande anelito che il nostro desiderio più profondo si dà, che attraverso i mille tornanti a cui la Vita ci sottopone costituisce la nostra Direzione fondamentale, ciò per cui vale la pena vivere.

Tanto per intenderci, se una Pratica esiste è perché all’inizio c’è stato un uomo con una profonda intuizione derivantegli dallo shimei. Se una Pratica continua ad esistere e a diffondersi è perché al suo interno ci sono persone che come minimo perseguono il loro “sogno”, e lo hanno fatto confluire nello stesso scopo del Fondatore.

Ebbene, ciò che io desidero per me è contribuire a trasmettere ai giovani il senso del “sogno”, il modo in cui farlo emergere alla coscienza, coltivarlo e calarlo nella realtà. Questo è un lavoro dello Spirito, nel senso del latino Spiritus, da cui la parola italiana respirazione, vocabolo che purtroppo oggi non ha più i significati intrinseci che invece ha conservato l’equivalente sostantivo giapponese kokyu: propensione, abilità che trascende il quadro di una conoscenza tecnica e di una manualità, intuizione, capacità di vivere in tempo reale, qui e ora, capacità di comunicare “cuore a cuore”, come si dice nello Zen, di sentire il Sacro nel più banale avvenimento quotidiano, di provare piacere nella purificazione.

Ho avuto la fortuna di avere un Maestro che mostrava fattivamente la via del kokyu, e che ci ha lasciato indicazioni precise per continuare a lavorare anche dopo la sua scomparsa: quando si allena contemporanemente mente, corpo e Ki si può accedere consapevolmente alla dimensione spirituale, in cui il kokyu fiorisce spontaneamente. Questo allenamento non è né necessario né sufficiente per ottenere il kokyu, è solo un metodo pratico di collaudata efficacia, senza nessuna garanzia di successo.

Non è come mandare a memoria una nozione qualsiasi, spiegata da un buon insegnante. Qui bisogna usare il termine “trasmissione”, non insegnamento. Chi ha il kokyu lo può trasmettere, può permettere che gli venga rubato, ma non può insegnarlo. E’ famoso l’aneddoto di Chuang Tzu sul vecchio mastro carraio che non è riuscito a trasmettere la sua arte al figlio: gli ha insegnato tutto su come si fanno le ruote, ma non è riuscito a insegnargli la cosa più importante, quella particolare velocità di esecuzione che rende il lavoro perfetto. Quella velocità è una questione di kokyu, dimensione in cui il figlio non era interessato a entrare.

La trasmissione è un fenomeno che ha ceduto il passo all’insegnamento e all’apprendimento, entrambi molto più pratici e agevoli da maneggiare, più adatti alle dimensioni delle grandi aggregazioni sociali dei nostri tempi. Ma così facendo la dimensione spirituale, di cui la trasmissione è impregnata, si è “miniaturizzata”, come se fosse diventata il bonsai di se stessa.

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Una Risposta to “trasmissione”

  1. dolceluce Says:

    COMINCIO A SFOGLIARE QUALCHE PAGINA DEL TUO LIBRO.
    GRAZIE

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